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BRESSANONE. Una serie di incontri per “educare” i mendicanti e arginare così il sempre più marcato fenomeno dell'insistenza nel chiedere l'elemosina in città. Un progetto piuttosto discusso, ma con un fine ben preciso. A descriverlo è la consigliera Elda Letrari, una delle ideatrici dell’iniziativa, nata dalla collaborazione fra vari enti.
Come e quando è cominciato questo progetto?
«Sono partita due anni fa. Si tratta di una mia iniziativa avviata assieme alla Casa delle Solidarietà e della Oew. Abbiamo pensato in che modo potessimo contribuire a gestire questo fenomeno, in quanto i vari divieti votati nelle singole città e le multe non portavano nessun risultato. Così abbiamo voluto studiare un nuovo progetto completamente diverso da tutto ciò che era stato pensato in passato ed arrivare così alla radice del problema. Una volta organizzate delle linee guide, le abbiamo presentate al primo cittadino, alla giunta e alle forze dell'ordine».
Di cosa si è occupata lei personalmente?
«Della parte pratica del progetto e la prima cosa che ho fatto è stata quella di mettermi in contatto con l'allora rettore Walter Lorenz dell'università di Bressanone per avere un luogo dove incontrare regolarmente i questuanti. La risposta è stata positiva e ci hanno messo a disposizione una sala».
Cosa insegna durante le lezioni settimanali?
«Abbiano elaborato assieme delle regole di comportamento, in quanto sono la prima ad asserire che chiedere l'elemosina in modo insistente è fastidioso e non deve essere tollerato. Oltre ai regolamenti comunali in vigore, ho spiegato loro cosa va bene e cosa no a seconda della sensibilità delle persone, in particolari quelle anziani e deboli».
I risultati sono stati quelli sperati?
«Sì, in quanto siamo arrivati insieme ad uno slogan che ora viene rispettato da coloro che partecipano al progetto: “Chiedo l'elemosina in silenzio”. Così facendo, hanno capito che non possono essere multati e soprattutto hanno recepito che possono ottenere qualcosa in più se non dimostrano di essere troppo insistenti».
Quante persone partecipano attualmente al programma?
«Dalle 5 alle 6 persone di media, ma sono una ventina in totale e non vengono mai tutti contemporaneamente. In questi due anni alcune persone hanno trovato lavoro o si sono spostate in altre città con la loro famiglia».
Da dove provengono?
«Quasi tutti i sono africani, del Niger. Purtroppo non sono riuscito a coinvolgere il gruppo dei rumeni che comunque sono un numero piuttosto consistente in città».
Come e quando è cominciato questo progetto?
«Sono partita due anni fa. Si tratta di una mia iniziativa avviata assieme alla Casa delle Solidarietà e della Oew. Abbiamo pensato in che modo potessimo contribuire a gestire questo fenomeno, in quanto i vari divieti votati nelle singole città e le multe non portavano nessun risultato. Così abbiamo voluto studiare un nuovo progetto completamente diverso da tutto ciò che era stato pensato in passato ed arrivare così alla radice del problema. Una volta organizzate delle linee guide, le abbiamo presentate al primo cittadino, alla giunta e alle forze dell'ordine».
Di cosa si è occupata lei personalmente?
«Della parte pratica del progetto e la prima cosa che ho fatto è stata quella di mettermi in contatto con l'allora rettore Walter Lorenz dell'università di Bressanone per avere un luogo dove incontrare regolarmente i questuanti. La risposta è stata positiva e ci hanno messo a disposizione una sala».
Cosa insegna durante le lezioni settimanali?
«Abbiano elaborato assieme delle regole di comportamento, in quanto sono la prima ad asserire che chiedere l'elemosina in modo insistente è fastidioso e non deve essere tollerato. Oltre ai regolamenti comunali in vigore, ho spiegato loro cosa va bene e cosa no a seconda della sensibilità delle persone, in particolari quelle anziani e deboli».
I risultati sono stati quelli sperati?
«Sì, in quanto siamo arrivati insieme ad uno slogan che ora viene rispettato da coloro che partecipano al progetto: “Chiedo l'elemosina in silenzio”. Così facendo, hanno capito che non possono essere multati e soprattutto hanno recepito che possono ottenere qualcosa in più se non dimostrano di essere troppo insistenti».
Quante persone partecipano attualmente al programma?
«Dalle 5 alle 6 persone di media, ma sono una ventina in totale e non vengono mai tutti contemporaneamente. In questi due anni alcune persone hanno trovato lavoro o si sono spostate in altre città con la loro famiglia».
Da dove provengono?
«Quasi tutti i sono africani, del Niger. Purtroppo non sono riuscito a coinvolgere il gruppo dei rumeni che comunque sono un numero piuttosto consistente in città».


