BOLZANO. Non si arrabbia. Quasi mai. Ma se si arrabbia dice questo: «Non sto più nella pelle quando mi sento stretta dalle circostanze e non riesco a sostenere come vorrei le donne che sono schiacciate da abusi e violenze». E si dice: «Perché ancora? Perché non invece basta...».

Sarà che ne ha viste. Come può averlo fatto una donna, tra le poche, a entrare come membro laico nel Csm. Evento raro, rarissimo da quando il Consiglio superiore della magistratura ha scelto la parità di genere. Molto in teoria, poco in pratica. E ancora, in passato, l'attività nella Commissione dei Dodici, dove si fa crescere la nostra autonomia, e naturalmente avvocata, anche in Cassazione, studio tutto suo, esperta di diritto bancario e di tanti altri diritti. Su e giù tra Roma, Trento e Bolzano, dove arriva molto spesso.

«Da giovane - ammette - ci si consuma molto dietro a chi e a cose che ti mettono i bastoni tra le ruote. Poi, si comprende che è meglio far parlare il lavoro». Non è facile, per una donna, anche muoversi con le cose fatte che ti precedono. C'è sempre l'idea che una sia lì perché donna. Quote, amicizie e altre amenità di genere. Claudia Eccher, probabilmente, ci sarebbe potuta arrivare prima, se invece non lo fosse stata. «La sensazione è sempre stata questa», dice. Ma giusto un secondo, poi riprende la sua esistenza da rullo compressore.

Ne ha viste, con lo sguardo da donna?

Beh sì. Bastoni tra le ruote e tutto il resto. E gli sguardi, quando siedo a tavoli dove di solito ci sono solo maschi.

Del tipo?

Dal Csm alla Commissione dei 12. Ma anche nei cda. Come il cda di Italferr, dove sono stata.

Formazione?

Quando ci ripenso, mi viene in mente un volto.

Sarebbe?

Daria de Pretis. È stata la mia relatrice, col professor Zuelli, alla tesi di Giurisprudenza. Per dire, è poi diventata vicepresidente della Corte costituzionale. Ma poi anche il "Prati" a Trento. Il Liceo classico, a rivedermi lì, serve. Nel mezzo, la parentesi del programma Erasmus a San Sebastián in Spagna e un'esperienza di studio e ricerca al Parlamento europeo.

È spesso a Bolzano?

Molto. Ho un legame territoriale e professionale molto forte con l'Alto Adige. Del resto, la mia storia professionale si muove in un'area alpina ed europea che ha una sensibilità giuridica e culturale peculiare. Il bilinguismo, l'autonomia e il confronto costante tra diverse culture giuridiche rappresentano una ricchezza quotidiana. Anche nel mio percorso associativo e nell'impegno nell'Unione triveneta dei Consigli dell'Ordine degli avvocati, Bolzano è sempre stata una terra di dialogo prezioso.

Come si sceglie l'avvocatura?

Forse perché non è solo una professione: è una vocazione alla tutela, una scelta di campo al fianco delle persone. Ho scelto di fare l'avvocato perché credo fermamente nel dare voce a chi non ce l'ha. Difendere i diritti calpestati e garantire il corretto bilanciamento delle garanzie in un processo penso sia il modo più concreto per servire la giustizia e la democrazia.

Il codice sopra tutto?

Ma no. Non si tratta solo di applicare codici, ma di comprendere il dolore, le fragilità e le storie umane che si celano dietro a ogni fascicolo.

Come fa una donna oggi a raggiungere incarichi nazionali quasi sempre riservati agli uomini?

Con una sola parola: competenza, unita a un bel po' di determinazione. Poi anche a un lavoro duraturo.

Scorciatoie?

Non esistono scorciatoie e, diciamoci la verità, per una donna la strada è spesso in salita. Ho conquistato ogni traguardo – dalla guida del mio studio alla mia elezione come componente laico del Csm, dove oggi presiedo la Settima commissione sull'organizzazione degli uffici giudiziari – studiando più degli altri, lavorando il doppio e non accettando mai che venisse messa in discussione la mia professionalità in quanto donna.

Come si trova, da donna, in un ambiente come l'alta corte spesso dentro atmosfere molto maschili?

All'inizio con la consapevolezza di dover occupare uno spazio che storicamente è stato negato o centellinato alle donne, anche se oggi le professioni legali ci vedono come protagoniste pure nelle posizioni dirigenziali. Oggi vivo questo ruolo con grande naturalezza istituzionale, ma con la ferma intenzione di fare da apripista per le tante donne di valore che verranno dopo di me.

Nota atteggiamenti legati al genere, quando entra in discussioni giuridiche o politico-giuridiche?

Quando prendi una posizione netta in un consesso dominato da uomini, capita ancora di percepire quel fastidio sotterraneo di chi non è abituato a confrontarsi con una leadership femminile autonoma.

Risposte?

Quella migliore è la competenza tecnica: quando argomenti con rigore giuridico e visione istituzionale, i pregiudizi si sgretolano da soli.

Come si concilia famiglia, privato e lavoro a questi livelli di impegno istituzionale?

Disciplina. E poi un'organizzazione millimetrica, diciamoci la verità, trasmesse da mio padre Claudio e dalla mia famiglia altoatesina. Ed è così che la mia vita è un incastro continuo. Si riesce a reggere questi ritmi solo grazie a molta dedizione, a una pianificazione rigorosa del tempo.

Si fa fatica a essere donna nel lavoro?

Assolutamente sì. Si fa fatica. E chi dice il contrario mente o vive in una bolla. Ma la domanda da porre sarebbe «perché ancora oggi si fa fatica?».

Ecco, perché la si continua a fare?

Perché le regole del gioco economico, sociale e istituzionale sono state storicamente scritte dagli uomini per gli uomini. A una donna viene sempre chiesto di dimostrare il proprio valore con un margine d'errore pari a zero, e spesso si tende a guardare con sospetto o a sminuire un'ambizione professionale vissuta alla luce del sole. Ma è proprio questa fatica che deve spingerci a non abbassare mai la guardia, a pretendere il rispetto che ci spetta per meriti e competenze, e a batterci – soprattutto sul fronte del contrasto alla violenza di genere e della tutela delle fasce deboli – per un cambiamento culturale radicale che renda finalmente paritario il nostro Paese.