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BOLZANO. «C’è l’idea che quello che accade nelle nostre città, tra scontri e violenze, sia solo colpa loro». Loro chi, professoressa? «Dei migranti. O ancor peggio, delle loro comunità in quanto tali». Annemarie Profanter sta da tempo su quel confine mobile che taglia spesso in modo sconnesso oriente e occidente, nord e sud, noi e loro, chi c’è e chi arriva, le sponde del Mediterraneo che si guardano da lontano e si capiscono sempre meno. Poi c’è l’altra questione. Esiste una specificità che giunge dall’Islam in questo divaricazione di comportamenti che sempre più spesso sfociano in episodi che danno fiato all’idea di una sicurezza da consolidare in tutti i nodi? «Attenzione - dice la docente Lub a Scienza della formazione - a non confondere religione e cultura. E dunque tradizione ambientale e sociale con i dettami della fede».
Visto che le prime stanno dentro una nozione di “mascolinità” che tante volte sta sopra anche la visione patriarcale di quelle società, dettando comportamenti e innescando risposte “tossiche” a situazioni di emarginazione. Tanto che il convegno che Profanter cura e che si svolgerà domani al campus di Bressanone (“Oriente e Occidente, scambio culturale e sviluppo sociale” tra emigrazione e accoglienza) sembra caschi a fagiolo dentro il dibattito molto acceso di queste settimane su risposte da dare ai sempre crescenti episodi di violenza tra migranti, ruolo possibile del Cpr a Bolzano e dibattito politico sul tema.
Il quale già alimenta lo scontro tra maggioranza e opposizioni: «Dopo un anno serve meno propaganda e più ascolto - scrivono i leader del centrosinistra Andriollo, Rabini, Fattor, Chniouli e Cologna - e ancora prevenzione, presidio del territorio, inclusione sociale e interventi mirati delle forze dell’ordine. E non solo spiegare perché non si è riusciti a risolvere i problemi».
Duri anche sul progetto di un Cpr a Bolzano: «La sicurezza reale è peggiorata, si è puntato solo sulla repressione con meno presidi educativi, ma proponendo ora un Cpr che risulterà inefficace perché le persone che usciranno dal centro senza essere rimpatriate resteranno qui in condizioni peggiori dopo mesi di detenzione». Alla Lub la questione prova invece ad uscire dallo specifico scontro sulle possibili soluzioni per porsi in una prospettiva più sociologico-analitica.
Che fare qui, professoressa Profanter?
Magari partire dalla nostra esperienza di società che si è formata dentro diversità culturali e sociali molto importanti. Nel senso che dovremo essere allenati.
Allenati a cosa?
A comprendere che integrazione non significa assimilazione. La nostra convivenza, tra italiani e tedeschi, si è basata sulla prima e non sulla seconda.
Perché questa differenza tocca il dibattito di oggi sull’immigrazione e la sicurezza?
Per la ragione che è viva l’idea che un immigrato debba necessariamente conformarsi. Mi spiego: giusto e necessario conformarsi alle leggi ma non sarebbe corretto e neppure funzionale non comprendere una dose accettabile di diversità culturale all’interno delle nostre comunità. Possiamo farcela.
Lei, a proposito dei tanti ultimi episodi di aggressioni e violenze, vuole uscire dal concetto di colpa. Perché?
La reazione istintiva di fronte ad azioni indubbiamente gravi è dire: colpa loro. Questo impedisce di andare in profondità e alla fine di capire.
Che cosa?
Sul piano della ricerca serve sempre considerare il contesto storico da cui provengono queste comunità. Che è segnato da una importante eredità coloniale e da una violenta decolonizzazione. Che ha prodotto anche squilibri economici e aspettative altrettanto confuse anche in chi vuole lasciare quei Paesi.
Ma una volta arrivati qui?
L’altro elemento è l’isolamento. A guardare bene gli ambienti in cui vivono ora, c’è sempre quello della marginalizzazione. Che si traduce nella mancata possibilità di partecipazione politica e sociale e soprattutto nell’assenza di prospettive in tal senso.
Dunque se si rifiuta l’idea di “è colpa loro”, si giunge a quella di “è colpa nostra”?
Beh, da un lato c’è la tentazione di attribuire a tutti colpe che sono individuali, per semplificare. Poi è evidente il fallimento delle politiche di integrazione, il quale ha interessato trasversalmente tutti i governi e tutti i partiti. Uscire dal concetto di colpa potrebbe consentire di guardare con maggiore attenzione alle situazioni di svantaggio e anche a contesti di cultura familiare più inclini alla violenza domestica. La maggior parte dell’emigrazione, in particolare dalla fascia mediterranea, sta dentro una nozione di mascolinità che rafforza quella del patriarcato, inducendo comportamenti che si nutrono di questi elementi. Per questo le risposte dovrebbero essere culturali e sociali invece che solo repressive.
Ma una risposta su questo piano richiede vaste strutture di accoglienza e integrazione e grandi investimenti finanziari.
Però non va dimenticato che, ragionando a lunga scadenza, l’immigrazione integrata occorre osservarla anche come contributo all’occupazione dentro una società con gravi problemi di natalità.
E i Cpr?
Non entro nella normativa che da tempo li prevede e non solo da ora. Dico che la paura, legittima e comprensibile, cerca risposte chiare e assolute. I Cpr sono in questo solco. Ma sono anche uno dei tanti elementi di risposta che andrebbero invece integrati.


