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BOLZANO. Ma se il Cai non voleva fare polemica sulle croci in cima alle montagne, perché ne ha parlato così? «Andiamoci piano. Nessuno nel Club alpino ha detto di togliere i simboli religiosi». Ma un suo alto dirigente ha spiegato che basta così, niente più croci sui monti, no? «Capiamoci: basta croci luna park, fermiamo le luminarie acchiappa turisti. In montagna ci si sente più vicini al cielo, stiamo umili». Carlo Alberto Zanella, presidente del Cai Alto Adige dice di sé: «Sono tutto meno uno che va in chiesa ogni domenica. Ma essere laici non significa non comprendere il senso di certi simboli».
E che senso hanno questi simboli?
Tutte le genti del pianeta vedono la montagna come un luogo che le avvicina al cielo.
Giusto?
Giustissimo. Gli indiani neppure ci salgono sulle loro montagne sacre. Nelle Americhe ci facevano sacrifici agli dei.
E in Europa ci abbiamo portato le croci.
È la nostra declinazione del sacro. Ho molto rispetto sia per chi ha portato lassù quei crocefissi sia per chi ne vede un significato che trascende la montagna stessa.
Lei che cosa ci vede?
La natura di quei luoghi. Non riesco a non cogliere in quelle croci l’aspetto profondamente legato al salire, alla fatica. Se uno scala una montagna e si sente più vicino a Dio che gli posso dire?
Che gli dice?
Che è difficile non sentirsi così. E se c’è una croce, cristiani o no, sfido chiunque a non vederne un posto in cui fermarsi e riflettere. Certo, ognuno avrà i suoi pensieri. Ma una croce non fa male a nessuno.
Ma allora perché Marco Albino Ferrari, direttore della rivista del club, ha detto che non vorrebbe altre croci?
Ha detto altre croci, non di togliere quelle che ci sono.
Ma resta la posizione: stop ai simboli religiosi.
La discussione in quel frangente riguardava una serie di progetti, soprattutto in Veneto, in cui ci si prepara a portare sulle cime crocifissi illuminati, con lampade che si vedono a distanza. Insomma, la sostanza era un’altra.
Vale a dire?
Basta croci-luna park. Basta con questa idea che la montagna debba essere un’attrazione. E che anche simboli che erano stati fissati tra le rocce con una carta idea della salita siano trasformati in nuove attrazioni.
Poteva spiegarsi meglio.
Poteva, certo.
Lei isserebbe ancora una croce su una cima?
Perché no? Ma occorre portarla a spalla, come hanno fatto nel tempo i tanti che se la sono trascinata su. Anche la salita è un simbolo spirituale, che va oltre la religione.
Cosa non farebbe allora?
Portare le croci con gli elicotteri.
Su questo approccio laico, sì ai simboli no all’esibizionismo, siete tutti d’accordo nel Cai?
Tutti. E lo sono anche nell’Alpeverein. Direi che arrivato il momento di darsi una calmata rispetto a quest’uso senza limiti della montagna.
Ma lei ha anche messo insieme la questione croci con quella più generale degli impianti di risalita, del bob a Cortina…
Fa tutto parte di una visione. Una volta le croci erano semplici, di ferro. C’è ancora chi ci fa la messa, in alto, davanti alla croce.
Bene?
Benissimo. Anche il prete ci sale a piedi. E la questione del riempire la montagna di ski-lift, seggiovie, funivie inutili solo per raggiungere gli alberghi e fare affari ha molto a che fare anche con i progetti di portare su con l’elicottero nuovi croci illuminate a giorno.
Una visione un po’ troppo francescana questa della croce a spalla e della montagna senza infrastrutture?
No, semplicemente sostenibile. Se, come leggo che è accaduto a tanti nella nostra destra di governo in questi giorni, vogliono preservare le tradizioni e dunque anche le croci che ne fanno parte, dovrebbero battersi contro la montagna luna park, le file sugli ski-lift, le infinite seggiovie, il turismo sempre più invasivo.
E anche per ripristinare l’uso di portarsele su a spalla le croci?
Sì, perché no. Tradizione è riallacciarsi alla verità delle cose. Tornare a vedere la montagna come fatica individuale.
E un crocifisso come un simbolo di umiltà?
Soprattutto.
A Bolzano, in cima a Monte Tondo c’è una grande croce illuminata. La togliamo?
Assolutamente no. Anzi, ringrazio i Podini di curarla. Quella è tutta un’altra cosa. È lì da una vita. C’è chi ci vede una protezione per la città, chi una curiosità. Tanti neppure la vedono, occorre sempre indicarla per scoprirla. Là il luna park non c’entra. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


