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BOLZANO. Da atleta agonista ad allenatore per scelta. Lorenz Lauria a 26 anni è uno dei più giovani coach del fioretto. Tra i suoi allievi vanta un sesto posto agli europei, e altre punte di diamante della scherma giovanile. I «suoi» atleti e le famiglie dicono di apprezzare la sua energia. Lauria, d'altra parte, porta nell'insegnamento un fattore importante: riconosce i propri errori e cerca di trasformarli in punti di forza per i suoi allievi. «Ciò in cui io ero più fragile da atleta di solito è quello su cui i ragazzi che alleno sono più sicuri - racconta - E questo non riguarda solo la tecnica, ma soprattutto la mentalità, il carattere. Premo molto perché non facciano i miei stessi errori». Vista la giovanissima età per essere un coach vede da una posizione ravvicinata la sua crescita sportiva. «Ero forse troppo immaturo - ammette - Mentre la scherma vuole controllo e assoluta dedizione».
Quale è stato il suo percorso da atleta?
Ho iniziato a cinque anni. La scherma è una passione di famiglia. Mi sono allenato come atleta fino ai ventuno anni, poi ho intrapreso la carriera per diventare maestro. Nella scherma bisogna crescere, maturare molto presto. Da più piccolo io avevo alti e bassi, facevo fatica a trovare costanza. Riconosco che sia stato un mio limite, con i miei allievi lavoro soprattutto su questo. Nel 2016 mi sono trasferito a Frascati: dove si allenano i migliori. Lì c'è la società schermistica numero uno in Italia. Fabio Galli, che lavora per la Nazionale - allenatore del campione olimpico di Rio e vice campione olimpico Tokyo - è stato il mio maestro. Mi ha visto all'opera sia come atleta che in veste di insegnante, e ha pensato che fossi portato. Mi ha convinto ad intraprendere questo percorso.
E lei si sentiva portato per questo ruolo delicato?
Mi piace dialogare e ascoltare le esigenze dei miei allievi. L'ho preso da papà: come primo maestro non mi ha solo insegnato lo sport che amo, ma anche il modo giusto di trasmettere questa passione.
Come è iniziata la carriera da allenatore?
Quando ero ancora a Frascati. Lì è venuto un allenatore della nazionale americana che mi ha visto all'opera. Mi ha proposto di seguirlo negli Usa per lavorare nella sua società: la "Gregory Massialas". Subito sono stato catapultato in questa realtà incredibile, con il ruolo di Ct in alcune gare dell'under venti con la Nazionale americana. Ho seguito atleti poco più giovani di me nei campionati panamericani: lì abbiamo vinto tutto. Gregory Massialas, commissario tecnico, mi ha aperto le porte per diventare maestro di professione. Con lui ho iniziato a lavorare con la Nazionale under 20 e under 17.
Com'è la realtà americana di uno sport particolare come la scherma?
In generale lì tutto lo sport è vissuto in un altro modo. Ci investono molto di più: per molti ragazzi è la carta d'accesso a prestigiose università. A livello di scherma gli americani sono molto forti, hanno grandi atleti. Ho lavorato per circa tre anni con la federazione americana ed è stata un'esperienza davvero formativa.
E poi?
Sono stato preso come maestro privato in una famiglia. Il più grande dei figli, Aris Kiayias, a 17 anni è arrivato sesto agli europei. Nei giorni scorsi è arrivato secondo su 300 atleti al circuito internazionale under 17. Vederlo crescere è stata un'emozione unica. Dopo questa bella esperienza sono tornato in Italia, perché mi è arrivata un'offerta dalla Comini, una società schermistica antichissima che ha firmato campioni a livello italiano e mondiale, la seconda in Italia con più medaglie. Attualmente vivo in Veneto e sto lavorando per loro come maestro di fioretto. Sono stato anche arbitro in nazionale, quindi ho visto la scherma sotto tutti i punti di vista.
Non le manca l'agonismo?
A volte sì. Quando vedo i miei allievi in combattimento sento quel prurito di voler essere al loro posto. Però, allo stesso tempo, vedere un allievo fare punto con una tecnica che abbiamo imparato insieme e poi girarsi verso di me e guardarmi... Quella è una sensazione impagabile. La cosa più bella dell'essere coach.


