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BOLZANO. Ha ancora il fiatone. «E ci credo, sono arrivata in fondo alla Maratona», dice Michela Vecchietti Fill. Si scrive con la maiuscola perché è quella di New York. Ci va il mondo. C’è chi arriva al traguardo anche a quattro zampe perché non conta correre, conta esserci e finirla. «È la mia prima volta, adesso l’ho fatta e non ci penso più. Anzi, ci penserò tutta la vita» sorride mentre già pensa al ritorno a casa. Che è Bolzano. Dove, fin da giovanissima, fa un lavoro che, a guardar bene, ha molto a che fare con la resistenza di una maratona e con l’idea che le cose da fare si fanno: «Mi occupo dei bambini disabili».
Ecco il presente di una ragazza bolzanina che ha da poco superato i trent’anni ma che da almeno tredici sta in mezzo a chi ha bisogno di aiuto. Non solo per farcela ma per crederci.
Che succede adesso Michela?
«Torno alla mia vita».
Che sarebbe?
«Istituto comprensivo 1, alle Chini. Si trovano ai Piani».
Lì che succede?
«Che c’è un sacco da fare ma è la vita che ho scelto. A volte c’è la fatica di temere di non farcela a fare quello che vorrei che accadesse sempre».
Come mai?
«Ogni bambina, ogni bambino è diverso. Non esiste un metodo unico per tutti. L’orizzonte a far fare loro quello che fanno gli altri. Poi ci penseranno se farlo ma intanto avranno gli strumenti».
Cosa significa che ognuno è diverso?
«Che per ogni creatura serve impostare un programma specifico. Che alla fine significa vedere i limiti, nostri e loro».
Ad esempio in che occasioni?
«Se si fa una gita al Bletterbach, con quelle camminate difficili, inutile forzare la mano. Ognuno deve avere le proprie strade. Essere uguali significa fornire a tutti il loro orizzonte possibile, stare attenti alle esigenze specifiche non correre troppo avanti».
L’obiettivo?
«L’inserimento nelle classi. Ma la partecipazione comunque è decisiva. Ognuno deve sentirsi parte, in qualsiasi condizione si trovi».
Che dicono i genitori?
«C’è fiducia reciproca. Qualche bambino viene accompagnato da loro, altri li andiamo a prendere con i pulmini. Si parla e ci si confronta. Si condivide il senso del percorso che proviamo a far loro percorrere».
Dove ha studiato?
«Alle Pascoli, istituito pedagogico».
Insomma, fin dall’inizio...
«Facevo cose anche nei mesi senza lezioni, ad esempio l’Estate ragazzi, molto volontariato».
E poi?
«Non mi sentivo di fare un corso di studi completo, così mi sono iscritta ai corsi sociali della Provincia, ho fatto tirocini. Lì ho trovato la mia strada».
È una strada faticosa?
«No, è piena. Mi trovo bene. Si vedono i risultati e anche se non si vedono subito basta guardarli quei bambini per comprendere che va bene comunque».
Poi c’è lo sport.
«Che è soprattutto passione e voglia di correre».
Agonistica?
«No quello no. Ci vuole troppo tempo. Ma cura del corpo, esercizio, quello sì. Mi piace star dentro queste cose».
E New York?
«Era da tempo che mi frullava per la testa l’idea. Certo, non è stata una cosa dall’oggi al domani. Non si ha idea di quello che serve per almeno pensare di mettersi a correre lì. C’è la città, i ponti, tutta quella gente accalcata».
Uno spettacolo?
«All’inizio sì. Poi vedi come vanno via gli altri, senti i chilometri che si accumulano e allora capisci che ti è servito preparati per bene. Io l’ho fatto. E’ andata. Ora a casa».


