BOLZANO. Una cosa da mia diventa nostra quando la si fa insieme. È successo al Talvera. Che, in più, è riuscito a transitare dall'incuria alla "cura" per via di un fatto, probabilmente unico a Bolzano: la coralità degli interventi, delle persone e delle istituzioni che hanno agito insieme per una sorta di miracolosa concomitanza di intenti. E volontariamente. Tutti insieme appassionatamente a scavare e a dissodare, tra studenti e studentesse, alpini e genieri, assessori e insegnanti, cittadini e passanti con in mezzo quell'improvvisa apparizione di Michele Lettieri a far da nume tutela e coordinatore di queste forze all'inizio disomogenee e alla fine felici tra massi e pietre trasformate in prati verdi. Meglio in Prati.

Dunque se c'è un fiume che connota Bolzano, questo è invece un torrente. In ogni caso una invenzione. Perché tale è il nome proprio e inevitabile di un processo umano prima che sociale e urbanistico che ha fatto del nulla un elemento identitario di una intera comunità che oggi si ritrova sul Talvera come se ne stesse nel mezzo di una città: ma aperta. Città aperta rievoca un film e i Prati hanno fatto, nel loro piccolo, altrettanto, divenendo protagonisti di una rievocazione che li riguarda e che ne traccia la simmetrica identificazione tra loro e la Bolzano di cui sono diventati parte.

Si intitola "L'invenzione dei prati" la pellicola di Silvia Bolzoni che documenta questa apparizione bolzanina e che è stato presentato ieri sera in un evento che traccia a sua volta i contorni di questo miracolo corale. Così che non poteva che essere il Cristallo il luogo dove, con il documentario, è apparsa anche la mostra fotografica del circolo Modotti, che disegna a sua volta come una città sin sia appropriata di questo spazio, riuscendo a declinarlo in luogo che più urbano non si può, teatro civile a sua volta. Il Cristallo, infatti, è il prodotto di una transizione virtuosa che ha trasformato uno spazio marginale in un margine aperto che tiene insieme il centro e i quartieri, immettendo qualità propositive e facendosi tramite di una cultura diffusa, altro piccolo miracolo bolzanino.

L'evento avviatosi ieri (29 settembre) è, comunque, la immissione qui da noi di una idea di Marco Paolini, autore e attore, che ha avviato un progetto intitolato "Atlante delle rive" e che intende trovare i legami tra i fiumi e le loro città. Partito con "Vajont", che aveva portato nei teatri la storia di un dramma altrettanto collettivo e le negligenze che ne avevano favorito l'esito tragico, ora si guarda alle acque meno assassine dei fiumi e dei loro intrecci urbani. Dice Davide Dellai, dei Cristallo: «Il Talvera e i suoi prati toccano, in fondo, tutti gli elementi che Paolini aveva individuato: il senso del collettivo, l'iniziativa delle persone che precede quella delle istituzioni, un torrente che diventa parte viva di una città».

Oggi, un luogo che è l'indiscusso spazio di socializzazione di una intera comunità, trasversale e profondamente inclusivo. Un fuori teatro, quello apertosi ieri, che traccia a sua volta un nuovo, possibile modo di intersecare storia e memoria collettiva senza copioni già scritti ma aprendo squarci di passato tutti ancora molto stretti al presente. Certo, vedere "dal vivo", nel docufilm, Michele Lettieri che sorride parlando della sua impresa collettiva e individuale, osservando compiaciuto il risultato, è una perla di memoria che non doveva andare dimenticata o, peggio, perduta.