BOLZANO. Finire nell'albergo di "Mamma ho perso l'aereo" e dirsi: "Eccoci, ci siamo". E vedere arrivare in camera o nella lounge torme di compratori, i "buyer", è servito a comprendere come un Made in Italy come si deve non ha paura di niente, neppure di guardare Central Park alle sei di mattina mentre ci si prepara a mettere in fila la linea dell'anno dopo non averci dormito notti intere per darle una immagine che nessuna AI avrebbe potuto: «A parte che allora non c'era ma c'era e c'è, eccome, l'idea che lo stile abbia molto a che fare col sentimento». Così, Cristina De Nardi (a sinistra, nella foto, insieme a Marina Spadafora) ha visto passare le stagioni da quando, ragazzina, da Bolzano aveva deciso di andare a Perugia e iscriversi alla scuola di Moda & costume coi laboratori di fotografia dentro un chiostro trecentesco. Forza dell'Italia, offrire formazioni così. Dove la contemporaneità si forma in mezzo ad una bellezza senza eguali, tenendo i piedi ritti nella tradizione rinascimentale per poter poi guardare al mondo che cambia senza paura di prendere il volo.

Lei è stata una delle anime della Spadafora, affiancandola quando da Ora, per l'intuizione di Rudy, il capostipite, venne lanciata la linea "Marina Spadafora". Cristina De Nardi passa dalla Spadafora a Coin, con trasferimento a Treviso con collaborazioni con infiniti altri marchi, compresi quelli dei gruppi bresciani del lusso, capaci, anche con lei, di acquisire quell' "allure" che solo un nome anche inedito non sarebbe stato in grado di dare.

Come si diventa stiliste?

Magari stando dentro fin da piccola alla creatività. Mettendosi a disegnare sul primo foglio che capitava in mano dentro casa. O forse per via di un nonno…

Quale nonno?

Il mio. Che, in pieno fascismo, decise di mettersi a distribuire le pellicole dei grandi film americani. Questione che ha preso in mano dopo aver lasciato una vita agiata in Sardegna per gettarsi in questa avventura.

Anche estetica?

Appunto. Ma non era semplice, allora, girare coi bei film - ma americani non autarchici - stante il fascismo imperante. Dire: guardate sono belli anche se non sono nostri.

Vuol dire che il dna c'entra sempre?

A volte sì. Poi c'è la passione, che spinge una ragazza a lasciare casa per finire a centinaia di chilometri, scommettendo su una scuola perugina che mi ha consentito anche di studiare scenografia a Venezia.

Che Italia della moda era quella e che Italia è adesso?

Cambiata. Molti marchi storici sono finiti nelle mani dei fondi di investimento che hanno soldi ma che non hanno padroni, quelli che avevano iniziato tutto. E poi c'era e per fortuna c'è ancora, l'Italia delle cento regioni.

E questo che significa?

Che ogni territorio ha un'anima manifatturiera, stilistica e estetica. Ci sono le Marche delle calzature, l'Umbria dei tessuti, la Toscana delle pelli, la Lombardia e il Veneto con la creatività.

Da lì nasce lo stile italiano?

Oddio, c'è sempre stato. Ma in quegli anni ha trovato struttura imprenditoriale e industriale.

Perché il ritorno a Bolzano?

Ne avevo voglia. Ma è così che sono entrata in contatto con Rudy Spadafora, un visionario, e le sue aziende. E con Spadafora abbiamo collaborato inventando linee contemporanee, messo insieme l'arte alla moda con l'invenzione di prodotti che si rifacevano a Kandinsky o Klee.

Che vita era?

Internazionale. Allora non c'era la settimana della moda a New York e così si ricevevano i compratori nei grandi alberghi. Come quello dove avevano girato "Mamma ho perso l'aereo". Esaltante. E così si costruiscono le esperienze.

Che vengono poi allenate dove?

Ovunque una capiti. Perché sono profondamente formative.

Lei?

Alla Coin, ad esempio. Con annesso trasferimento a Treviso e studio delle linee e dei prodotti. Con viaggi in Cina, Malesia, Cambogia, Vietnam dentro un gruppo che ha fatto dell'internazionalità il senso di una presenza. Per non parlare della mia collaborazione anche con Armani.…

È lì che avverte la globalizzazione?

Lì ma anche prima. Era ed è una deriva inevitabile. I mercati si ampliano, le competenze pure ma quelle che hanno iniziato devono a loro volta costantemente aggiornarsi, star dietro al cambiamento del costume. Ma lo stile non è un inseguimento fino a se stesso dei gusti è anche la capacità di restare fedeli ad una idea di estetica e riformarla adattandosi senza stravolgerla anche a contatto con culture altre.

In tutto questo la famiglia?

È arrivato Joshua Luciano. Devo dire che mi è subito parso un bambino "fashion" come dire. Sarà l'influsso di famiglia.…

E Bolzano?

Casa. E qui è arrivata anche la collaborazione per i costumi con il Teatro Stabile. Una grande e bella esperienza. Grazie a Marco Bernardi, questa volta. Ma l'abbrivio è quella di bambina. E della scelta di andarmene a Perugia.

Che vuol dire?

Che la forza la da sempre la passione. Se una prende quello di stilista solo come un lavoro e basta, dopo un po' si ferma.

Lei invece?

Mai. P.CA.