BOLZANO. Altro che spa o alberghi a cinque stelle: c'è una nicchia di turisti in Alto Adige che, a differenza di chi causa l'overtourism, falcia il fieno e spala sterco nelle stalle dei masi a quota 2mila metri, su pendii ripidissimi. Sono i volontari della montagna, un vero strumento per tutelare le tradizioni agricole delle Dolomiti, a rischio di estinzione. Si tratta di una forza lavoro solidale, gestita da 30 anni dall'associazione "Volontariato di montagna", che ha l'obiettivo di sostenere le attività dei masi in difficoltà. Soltanto nella settimana di Ferragosto 120 turisti, in gran parte provenienti dalla Germania, in cambio di vitto e alloggio si sono prestati allo svolgimento delle attività contadine a quote difficili da raggiungere con i mezzi, su pendii tanto ripidi da rendere impossibile l'utilizzo dei trattori per lo sfalcio del fieno.

Sì, il lavoro è faticoso, ma viene svolto in paesaggi da cartolina e per molti (circa duemila persone l'anno) questo basta per rivolgersi all'associazione altoatesina presieduta da Georg Mayr e offrirsi come volontari per aiutare i contadini e gli allevatori dei masi in difficoltà. I masi, soprattutto quelli a quote superiori ai 1.500 metri, «rischiano di perdere la caratteristica di essere anche stalle per allevamenti e di diventare abitazioni in cui trascorrere i fine settimana», dice Mayr, riferendo che i masi altoatesini sono circa 20mila, la metà dei quali è dedita alla frutticoltura a quote poco elevate, mentre gli altri 10mila si occupano di zootecnia in montagna, ma l'assistenza viene riconosciuta soltanto a 300 di questi ultimi, che così possono accedere ai volontari.

«I criteri per poter definire un maso "svantaggiato" e per poter usufruire dell'assistenza - spiega Mayr - sono legati alla soglia di reddito del maso, all'impossibilità di assumere dipendenti, all'altitudine a cui si trova la struttura, mai inferiore ai 1.500 metri, e alla ripidità del territorio che lo circonda». I terreni particolarmente ripidi, come quelli di Val Venosta, Val Pusteria, Val Sarentino e Val di Vizze, devono essere falciati a mano, così come deve essere svolto a mano tutto il resto delle lavorazioni.

«Nel 1996 - dice il presidente - la nostra associazione ha regolarizzato e promozionato un'antica usanza, quella appunto del volontariato di montagna. Anche prima si faceva, ma in modo informale. L'associazione, invece, unendo le forze con il sindacato degli agricoltori, la Caritas e altre associazioni giovanili e sociali, ha interagito con l'Inps, l'Agenzia delle entrate e l'Ispettorato del lavoro». Ne è venuto fuori un progetto che permette ai masi certificati come svantaggiati di avere un sostegno in termini di forza lavoro offerto da volontari, per i quali l'associazione provvede a stipulare una polizza assicurativa contro gli infortuni. Non è quindi lavoro in nero, dato che il volontario non percepisce soldi, ma soltanto vitto e alloggio in paesaggi mozzafiato.

Ma chi sono i volontari? «La maggior parte di loro svolge lavori solitamente sedentari, spesso restano seduti davanti a un computer per l'intera giornata», risponde il presidente, «Per una settimana, scelgono di lavorare davanti a boschi e montagne. Sono circa duemila l'anno e, la settimana di Ferragosto, sono stati 120, distribuiti in altrettanti masi. Il 70 per cento arriva dalla Germania, il 18 per cento risiede in Alto Adige, il 6 per cento viene dal resto d'Italia, ma arrivano volontari anche dalla Svizzera, dall'Austria e, in numero minore, dal Canada e dall'Australia. Per il 49 per cento sono donne. La maggior parte prende ferie per fare questa attività, ma molti sono anche pensionati».Non tutti lavorano allo sfalcio o a spalare letame nelle stalle. «Molte, soprattutto le donne, si occupano di accudire i figli piccoli o gli anziani genitori della coppia di agricoltori, permettendo loro di lavorare serenamente. Alla fine riceviamo messaggi di soddisfazione e apprezzamento», fa sapere Mayr.Tutto questo per evitare che la montagna si spopoli, come accade sugli Appennini, anche perché «quando chiude una stalla in quota, i prati smettono di essere curati e diventano boschi. È ciò che tentiamo di evitare».