BOLZANO. Prete in Italia durante il Sessantotto. Guida di alcune comunità cristiane in Iran ai tempi di Khomeini. Ma poi anche padre di famiglia. Ha vissuto molte vite, Giuseppe Morotti, bergamasco di Nembro (è tifosissimo dell'Atalanta), dove è nato nel 1949. Da oltre vent'anni abita con la sua famiglia a Bolzano. Ma questo è solo l'ultimo capitolo di un cammino sulla strada della fede e del dialogo interreligioso.«Sono entrato in seminario in quinta elementare», racconta Morotti, che oggi lavora nella Diocesi ed è attivo nella parrocchia di don Jimmy Baldo, ai Tre Santi. Morotti si forma presso i Missionari Saveriani, a Parma. «Ero un sessantottino, il rettore del seminario mi chiamava "il comunista", perché io insistevo per andare a lavorare dopo la scuola. Vedevo gli altri giovani che si davano da fare per pagarsi gli studi, mentre noi studenti di teologia avevamo il privilegio di vivere serviti e riveriti in una comoda abitazione». Alla fine la spunta lui, quattro ore in falegnameria ogni pomeriggio.

Sacerdote a 25 anni

Nel 1974, a 25 anni, viene ordinato prete. «Poi un giorno mi capita sottomano un libro: "Gridare il vangelo con la vita", di Charles de Foucauld». Lì cambia tutto. Non dice di aver trovato la sua vocazione, la sua strada. Usa un'altra espressione. «Gridare il vangelo con la vita: è la mia camicia». Una camicia che diventa una seconda pelle, tanto che Morotti entra nei "Piccoli Fratelli del Vangelo" che si ispirano agli insegnamenti di De Foucauld. Si trasferisce a Spello, a Perugia, ma non subito viene accolto. «Serviva una prova per far capire che quello era il mio posto». La prova la supera dopo un anno vissuto a Milano, la città dei migranti. «Facevo il facchino e lo scaricatore di camion. Il cardinal Colombo mi proibì di celebrare messa, perché non ammetteva preti operai nella sua diocesi». I Piccoli Fratelli lo richiamano: «Ora sei pronto». Appena Morotti finisce il noviziato in Spagna per entrare nella congregazione, ai Piccoli Fratelli arriva una richiesta di aiuto dal vescovo di Teheran: «Ci serve urgentemente qualcuno da affiancare alle nostre comunità cristiane». Giuseppe non ci pensa su un attimo: «Vado io».

L'Iran e la guerra

È il 1978 e Morotti riceve l'incarico di seguire tre piccole comunità cristiane al confine con l'Iraq, a Hamadan, Kermanshah e Sanandaj. Vive in un quartiere popolare, lavora come imbianchino e muratore, entra in una delle squadre di calcio della città. Diventa l'animatore spirituale di circa 400 famiglie cristiane. Quando celebra messa, le autorità lo tengono sott'occhio. «Facevo l'omelia in persiano, perché c'erano anche alcuni armeni che non capivano l'aramaico, ma quando mi accorgevo che entrava qualcuno di estraneo, passavo di nuovo all'aramaico». Poi arriva Khomeini. «Il giorno prima della rivolta, sulle case di noi cristiani comparvero delle scritte minacciose: se non avessimo partecipato alle proteste contro lo scià, avrebbero bruciato le nostre case». E allora la comunità cristiana di Kermanshah si ritrova tra la folla a urlare "morte allo scià". Non basta, però. Morotti, l'unico straniero a non aver abbandonato la città durante la rivoluzione, viene arrestato. «Sfondarono la porta della mia stanzetta, dovevo essere fucilato con l'accusa di essere una spia americana». Lo salvano gli amici iraniani, cristiani ma anche musulmani. «Arrivarono in 150 e testimoniarono a mio favore, il giorno dopo ero fuori». Andò peggio ad un giovane della sua comunità: «Lo accusarono di essere stato con una donna musulmana, di averla resa impura. Fu impiccato. Era un avvertimento per tutti noi cristiani». La situazione precipita nel 1980, quando inizia la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein. «A Kermanshah continuavano a cadere missili e bombe. Io mi sono salvato più volte la vita rifugiandomi sotto l'altare di marmo». In quegli anni Morotti vive la brutalità della guerra. «È una cosa orrenda, la guerra... Anche se ne esci vivo, ti cambia. Quartieri devastati, corpi dilaniati dalle bombe, un marito disperato che urla il nome di sua moglie aggrappandosi al moncone di un braccio, l'unica cosa che è rimasta di lei dopo un'esplosione».

Il ritorno in Italia

Nel 1988 deve lasciare definitivamente l'Iran. «Avevo battezzato un giovane musulmano, fummo denunciati da alcune spie. Lui riuscì a fuggire in Turchia, io fui espulso dal Paese». Tornato in Italia, Morotti si dedica al dialogo interreligioso e alla non-violenza. Tolstoj, Gandhi, l'antifascista Aldo Capitini, il "Gandhi della Sicilia" Danilo Dolci, don Milani e don Mazzolari, padre Balducci. «I miei maestri sono loro, senza dimenticare Alex Langer e Josef Mayr-Nusser». Di nuovo a Spello, succedono due cose. La prima è che i Piccoli Fratelli lo eleggono priore responsabile della congregazione. Significa trasferirsi a Bruxelles, e da lì spostarsi in tutto il mondo. La seconda è che prima di partire per Bruxelles, Morotti conosce una ragazza di origini pugliesi, Angela. Tra i due scoppia l'amore. Dopo un periodo tormentato, in cui lo accompagna uno psicologo gesuita, Morotti decide di lasciare la vita religiosa.

Il matrimonio con Angela

Con Angela si sposa nel 2001. Nel 2002 si trasferiscono a Bolzano. «Angela, come insegnante, aveva trovato una supplenza in storia dell'arte». Giuseppe invece viene assunto al Centro di accoglienza della Caritas. «Aspettavamo una bimba, ma l'abbiamo persa. Ma c'è sempre la provvidenza: oggi abbiamo due figli maschi, Mauro di 20 anni e Carlo di 17». Anche da laico, Morotti prosegue nel suo cammino di fede. Il vescovo Ivo Muser gli ha affidato l'incarico di preparare i catecumeni adulti al battesimo. «In dieci anni ne ho accompagnati circa 150, molti anche musulmani». Perché il dialogo tra l'islam e il cristianesimo è rimasta la sua missione. Così come l'impegno per la non violenza. «Quando è scoppiata la guerra in Ucraina e poi a Gaza, ho riscoperto una nuova missione». La attua tramite la scrittura. Nel 2023 esce "Gesù non era uno scemo": «Il titolo - spiega - l'ho preso in prestito da don Tonino Bello, vescovo di Molfetta. In questo libro sostengo come la non-violenza, il dialogo ed il compromesso siano realmente scelte inderogabili se vogliamo continuare a ritenerci degli umani, proprio come continua a ricordarci anche papa Francesco».