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BOLZANO. Padiglione W dell'ospedale, reparto di psichiatria, primo piano, stanza 4. Ali Sia Kader, 32 anni, è steso sul lettino e osserva il soffitto. Sopra il mobiletto, accanto a lui, uno yogurt finito a metà, due bicchierini con dentro gli antidolorifici, un pacchetto di sigarette. Con fatica regge il telefonino. Ha le braccia deboli, una presa instabile. Apre il suo profilo Instagram e scrolla verso il basso: una foto del 2022 a petto nudo davanti ad un lago. Un fisico statuario. «Facevo palestra ogni giorno: addominali, gambe, spalle, pettorali. Essere metodico, nell'allenamento, mi faceva sentire bene con me stesso. Sin da piccolo sono sempre stato un ragazzo molto attivo, che teneva al proprio corpo».
Oggi Ali Sia Kader è tetraplegico e deve essere assistito, lavato, vestito. Dura immaginarsi così: passare dalla normalità - lo sport, il lavoro da meccanico, le uscite, le feste - ad una dipendenza quasi assoluta. L'unica terapia, forse, è accettarsi, lottare, evitare il peso dei ricordi. Vuoi o non vuoi ma la mente ritorna sempre a quel maledetto 7 luglio 2023. Un pomeriggio al Lido di Bolzano con gli amici, un po' di relax dopo una settimana di lavoro impegnativa.
Ali si butta in acqua, nella piscina accanto ai campi sportivi. Un tuffo come quello degli altri. Ma a lui va male. La testa batte contro il fondo. Un rumore sordo. Momo, l'amico che oggi (ogni pomeriggio) gli fa visita in ospedale, si accorge che non risale. Si lancia dentro e lo tira fuori dalla vasca, quando però Ali Sia Kader è già in arresto cardiocircolatorio. Il massaggio cardiaco, il ricovero d'urgenza, la terapia intensiva. «Mi sono svegliato tre mesi dopo che non sentivo più le gambe». Terribile, la diagnosi: lesione midollare completa.
La fuga dall'Iraq
Non basterebbe un libro per raccontare la vita di Ali Sia Kader, originario dell'Iraq, costretto a fuggire all'età di 9 anni per l'incombere della guerra. Nel 2003 il paese, ancora per poco sotto la guida di Saddam Hussein, viene occupato da una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. «Mio fratello - ripercorre Ali - svolgeva dei lavori per conto degli americani durante il conflitto. Venne minacciato da gruppi terroristici. Dovevamo andarcene al più presto».
Destinazione nord Europa, Finlandia, dove si appoggiano da un amico. Ali, nel gelo della Scandinavia, resta quasi vent'anni. Studia e si diploma come meccanico, lavorando in una piccola azienda specializzata in riparazioni auto. Diventa padre molto giovane, si sposa con una donna finlandese e hanno tre figli. «La vita poi mi ha messo a dura prova. Mio fratello è morto per un brutto male, io mi sono separato. E così ho cambiato vita».
L'arrivo a Bolzano nel 2022 non lo spaventa: alloggia da un amico di Caldaro, è rapidissimo a imparare sia l'italiano che il tedesco, e comincia a lavorare per conto di un'azienda di Laives prima di aprirsi un'attività tutta sua. Da lì a poco il dramma al Lido.
La speranza
Oggi Ali Sia Kader è ricoverato in Psichiatria al San Maurizio, nella stanza 4 del primo piano. Occupa uno dei 30 posti letto del reparto. Altrimenti sarebbe per strada, come un anno fa. «Non avendo più una casa - dice - ho vissuto un mese dormendo sui prati del Talvera, girando a caso per la città in sedie a rotelle. Un amico e una signora mi hanno pagato un hotel per un paio di notti. Poi di nuovo sotto i ponti».
«Ero distrutto e ho confidato al mio amico che volevo farla finita: andavo dai servizi sociali, in ospedale, negli uffici pubblici, ma nessuno mi dava ascolto. Alla fine ho avuto un crollo psicologico e una forte febbre dovuta al freddo, e sono stato portato in ospedale». Per questo il ricovero in Psichiatria. È ora in lista d'attesa per accedere ad una delle strutture Asl dove poter fare riabilitazione.
I medici sono scettici, e sono stati diretti con lui: «Difficilmente tornerai a camminare». Ali vuole crederci: «Dopo l'incidente sono stato per un anno in India, dove con i soldi messi da parte mi sono pagato la fisioterapia. Facevo qualche piccolo movimento aiutato dagli operatori. Se c'è anche solo lo 0,1% di speranza di farcela, allora voglio provarci».


