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BOLZANO. Ha lasciato il reparto di Ematologia dell'ospedale di Bolzano per partire come volontaria in un piccolo ospedale del Madagascar. Oggi Sara Lubian vive in un villaggio di pescatori, dove ogni giorno si confronta con la mancanza di risorse, lunghi trasferimenti per salvare i pazienti e un sistema sanitario che spesso costringe a «fare il massimo con quello che abbiamo». Eppure, racconta, è proprio lì che ha riscoperto il senso più profondo della sua professione.
«Gli abitanti del villaggio vivono situazioni che in Italia sarebbero impensabili eppure ti accolgono sempre con un sorriso», dice. Un'esperienza che l'ha segnata profondamente e che, come spiega nell'intervista, le ha tolto ogni dubbio: «Queste esperienze mi ricordano ogni giorno perché ho scelto di fare l'infermiera».
Come nasce il suo percorso?
Ho frequentato il liceo scientifico Einstein e poi mi sono laureata in Infermieristica alla Claudiana. Dopo quattro anni di lavoro nel reparto di Ematologia dell'ospedale di Bolzano ho deciso di licenziarmi per dedicare un periodo della mia vita a esperienze di volontariato, tra cui quella che sto vivendo oggi in Madagascar.
Dove si trova e in quale realtà opera?
Sono in un piccolo villaggio di pescatori sulla costa sud-occidentale del Madagascar, ad Andavadoaka. Qui, una ventina d'anni fa, un'associazione di Bologna ha aperto un ambulatorio per offrire cure gratuite alla popolazione, perché la sanità è a pagamento e la povertà è molto diffusa. Col tempo il progetto è cresciuto: oggi c'è l'ospedale "Hopitaly Vezo" con reparto di degenza, maternità, sala operatoria, farmacia e una casa che ospita noi volontari italiani.
Non è la sua prima esperienza di volontariato.
No. Negli ultimi anni ho viaggiato in diversi Paesi partecipando a progetti di volontariato molto semplici, vivendo a stretto contatto con le comunità locali. Sono esperienze diverse tra loro, ma tutte mi hanno insegnato qualcosa.
Come è arrivata l'occasione del Madagascar?
Ne avevo sentito parlare attraverso alcuni infermieri di Bolzano che erano già stati qui. Mi sono informata, ho conosciuto l'associazione "Amici di Ampasilava", ho inviato il curriculum e sono andata a Bologna per incontrare i responsabili. Mi ha colpito la semplicità del progetto: un piccolo ospedale, pochi volontari e tanta voglia di fare. Anche il percorso nello scoutismo mi ha insegnato a mettermi in gioco e ad andare dove c'è bisogno.
Com'è la vita nell'ospedale?
Viviamo accanto all'ospedale insieme agli altri volontari: medici, infermieri, fisioterapisti, ostetriche e insegnanti di italiano. Iniziamo alle 7.30. La mattina è il momento più intenso. Oltre ai pazienti ricoverati ci sono gli ambulatori: quello dedicato alle medicazioni croniche segue una trentina di persone, ma arrivano anche altri pazienti con problemi di ogni genere. Ci sono poi le visite ostetriche, la fisioterapia e il dentista. Ognuno ha il proprio ruolo, ma qui le gerarchie contano meno: si lavora fianco a fianco e ci si aiuta continuamente.
Fuori dall'ospedale?
La vita è molto semplice. Dopo il turno passeggiamo nel villaggio, andiamo al mercato, trascorriamo del tempo con i ragazzi del posto oppure al mare. La sera ci sono piccoli locali sulla spiaggia dove ci si ritrova. È una quotidianità essenziale, ma molto autentica.
Qual è stata la difficoltà più grande?
Vedere situazioni che in Italia si risolverebbero facilmente e che qui diventano emergenze per la mancanza di personale, strumenti e risorse. Ci sono stai periodi in cui mancavano persino i ginecologi e ci siamo trovati a gestire emergenze molto delicate. Le gravidanze sono tra le situazioni più difficili. Quando non riusciamo a intervenire sul posto dobbiamo affrontare anche otto ore di viaggio per raggiungere un altro ospedale, che però è a pagamento, come tutta la sanità in Madagascar. A volte siamo noi volontari a contribuire economicamente, perché spesso le famiglie non hanno i mezzi per sostenere le spese. È in quei momenti che ti rendi conto di quanto siamo fortunati in Italia e di quanto qui si cerchi di fare il massimo con quello che si ha.
Che cosa le stanno insegnando queste persone?
La perseveranza. Qui impari che, se una strada non funziona, bisogna cercarne subito un'altra. Non ci si può fermare davanti alle difficoltà, perché spesso non esiste alternativa. E poi la gioia. Sono persone che hanno pochissimo, eppure riescono a trasmetterti una serenità che non ti aspetti.
C'è un episodio che porterà sempre con sé?
Una notte è morta una bambina. Sono andata dal padre per cercare di consolarlo. Invece è stato lui a guardarmi e a dirmi: "Coraggio, Sara". È un momento che non dimenticherò mai.
E il futuro?
Quando mi sono licenziata mi ero promessa di prendermi del tempo per vivere esperienze come questa. Sento di averne ancora bisogno: vorrei continuare a viaggiare e a fare volontariato, prima di decidere quale sarà il prossimo passo. Ho tanti desideri e ancora poche risposte, ma forse è anche questo il bello della mia vita. Una certezza però, ce l'ho: queste esperienze mi hanno ricordato perché ho scelto di fare l'infermiera. È un lavoro faticoso, ma oggi più che mai riconosco che è la mia strada.


