CORONA/CORTACCIA. «Chi ha preparato la valigia per il campo?»: la domanda - per nulla banale - è di Giuseppe Elia, storico formatore di Officine Vispa e ideatore di «In tenda con papà». E in tre casi su quattro la risposta è: «Mia moglie, almeno per il bambino». I tre giorni di campeggio a Corona, piccola frazione di Cortaccia, sono in realtà un inizio per invertire il paradigma.  Al centro, anche nell'educazione dei figli, ci possono e devono essere anche gli uomini.

Gli inizi nel 2012 a Cauria, già coinvolte 1.800 famiglie

Giuseppe, che di figli ne ha due («uno l'ho anche perso nel bosco ma gli avevo dato gli strumenti per ritrovare la strada maestra»), ha iniziato con "l'apprendimento esperienziale" nel 2012. «Con 5 famiglie ed eravamo a Cauria, sopra Salorno. Prima ho fatto un anno di formazione a Milano e nel 2014 sono partito con il team di Officine Vispa con «In tenda con papà». Il primo campo è stato un successo, poi le iscrizioni sono lievitate in modo esponenziale con una media di 10 campi a estate. Quest'anno erano 6 per i papà e 2 per le mamme, ma solo perché non riuscivamo a farne di più».

Il ruolo dei papà: «Io stesso, una volta, mi sono sentito trattato da imbecille»

«Quando mia moglie è stata via per la prima volta 2 settimane mi sono ritrovato da solo con i figli di 3 e 4 anni. Tutte le donne che mi circondano - mamma, sorella e amiche - si sono fatte avanti in mille modi per aiutarmi e invitarmi. Era impensabile, ai loro occhi, che potessi gestire i figli da solo. Mi sono sentito trattato da imbecille: l'esperienza, invece, è stata favolosa. E, in piccolo, ho cercato di riportarla al campo. I papà, qui, stanno al centro».Cos'è un campo formativo? «Siamo educatori che possono apparire dei rompiscatole».«Ci sono delle regole da rispettare per tutti. Non diamo giudizi ma analizziamo assieme i fatti durante il cerchio dei papà (mentre i figli giocano spensierati nel bosco ndr). I formatori devono fungere da stimolo».Interessante anche la filosofia del campo: «Oggi va tutto veloce ed è tutto online. Noi, al contrario, lavoriamo in modo lento e ci si ferma a riflettere. Naturalmente ci divertiamo anche molto assieme ai nostri figli. E tra papà. Quando escono le date dei campi i posti, per alcune date, vanno via in un'ora».

I feedback dei papà

Sebastiano De Maglie, bolzanino, è venuto con Federico, 5 anni: «Esperienza viscerale, molto intensa sul significato dell'essere genitore e sul tempo di qualità trascorso con mio figlio. Si respirava serenità, con un'attenzione al rispetto delle regole della comunità. Nella valigia del ritorno ho riposto gli abbracci notturni in tenda con il mio piccolo e il confronto costruttivo con il gruppo di papà e con i formatori. Di mio figlio più che scoprire qualcosa ho avuto alcune conferme, anche sulla sua definitiva capacità di "distacco" dalla mamma, che lo porta a condividere più esperienze con me, situazione che fino ad un anno e mezzo fa sembrava un miraggio. Dopo il campo posso dire di essere un papà un po' meno apprensivo».Quasi tutti i papà ripetono l'esperienza. Fulvio Cobaldi, di San Giacomo, ne è l'esempio lampante. «Ho fatto la mia prima esperienza tre anni fa e da allora il mio atteggiamento nei confronti di Diego è notevolmente cambiato. Ho imparato a prendermi il tempo per lui e sopratutto a curare la qualità del tempo che passiamo assieme. Ho cercato di motivare i miei "no" che, come genitori, dobbiamo saper dire quando serve. Ho un ottimo rapporto con mio figlio che ora mi cerca non solo per giocare ma anche per parlare, confrontarsi e cercare le soluzioni ai problemi che incontra. Ogni campo mi fa andare a casa con molti spunti di riflessione e mi sprona a migliorare il rapporto con lui». Anselmo Mangia Pane è al quarto campo e viene da fuori regione con Elia e Giosuè: «Ogni anno ho aggiunto un mattoncino al mio modo di fare e di essere padre. Ogni campo frequentato porta materiale sul quale riflettere. Giocando sulle relazioni ci spendiamo su un terreno difficile ma fondamentale. La strada è tutta la vita, ma gli strumenti che i campi via via ci forniscono sono fondamentali per non smarrire la bussola, e la direzione. Consiglio i campi a tutti i papà che hanno a cuore non solo i loro figli, ma anche la crescita nelle relazioni con tutto il mondo che vive».

I papà? Forti ma anche apprensivi

Lo spaccato che emerge da un campo è solitamente uno specchio della società in cui viviamo. Ci sono papà forti e sicuri, spesso anche di poche parole, e che non hanno ripensamenti nel guidare i loro figli lungo il cammino. Ma anche papà apprensivi. «All'ultimo campo eravamo almeno in 4/5 ma stiamo imparando a mollare il freno», ironizza uno dei protagonisti. C'è chi porta anche due figli e la gestione si fa sicuramente più impegnativa, ma anche stimolante.Dal montare la tenda a cucinare il pane sul fuoco: almeno 30/40 persone a campo.Tra genitori, figli, educatori e staff di cucina attorno ad ogni campo ruotano almeno una quarantina di persone. «Si inizia montando la tenda: ci sono i professionisti e le matricole del campeggio che si cimentano per la prima volta con brande, sacchi a pelo e picchetti».Molti i laboratori (pane da cucinare attorno al fuoco, selce da intagliare, lavoretti col feltro) ma anche l'attività all'aperto con percorsi sui tronchi per i bambini.Ciò che conta è il rapporto che si crea in tre giorni di vita in comune: tra padri e figli, tra i papà (che non parlano solo di calcio e sanno fare un po' di sana autocritica), con gli educatori e lo staff. Un'esperienza unica nel suo genere che è cresciuta grazie soprattutto al passaparola. I papà di oggi sono più consapevoli e hanno imparato a "viversi" fino in fondo i loro figli. Poi, certo, spesso a fare la valigia sono le mogli.