BOLZANO. Un calvario clinico e giudiziario durato oltre dieci anni, con sette interventi alla colonna vertebrale, una grave infezione post-operatoria e una disabilità motoria permanente. È la vicenda di una 76enne bolzanina che, dopo tre gradi di giudizio, ha ottenuto un risarcimento superiore a 500 mila euro per un caso di malasanità avvenuto all'ospedale San Maurizio di Bolzano. La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la responsabilità civile dell'Azienda Sanitaria dell'Alto Adige, chiudendo una lunga battaglia legale.

La vicenda risale al 2010, quando la donna si rivolge al reparto di Neurochirurgia dell'ospedale San Maurizio per curare una stenosi del canale vertebrale e un'anterolistesi lombare. Dopo i primi interventi, nell'aprile 2012 viene sottoposta a un'operazione di estensione dell'artrodesi lombare. Sei mesi più tardi compaiono forti dolori lombari e una lombosciatalgia, mentre una risonanza magnetica evidenzia una raccolta liquida retrodurale. Secondo quanto ricostruito dai giudici, i sanitari interpretarono però il quadro clinico come una normale evoluzione degenerativa, senza riconoscere la presenza di una infezione post-operatoria.

L'errore diagnostico avrebbe segnato il decorso della paziente. Per quasi due anni la donna è stata sottoposta a ulteriori ricoveri e interventi chirurgici senza che venisse individuata la reale causa del peggioramento. Soltanto nell'agosto 2014, durante il sesto intervento, il rinvenimento di materiale purulento ha portato all'esecuzione di un esame colturale che ha accertato una grave infezione multi-batterica provocata da stafilococchi, streptococchi ed enterococchi. La terapia antibiotica è riuscita a eliminare l'infezione, ma il ritardo nella diagnosi ha lasciato alla paziente gravissimi deficit motori permanenti.

Il collegio dei consulenti tecnici d'ufficio (CTU) ha definito il comportamento dei sanitari un "errore professionale inescusabile", rilevando come fossero presenti da tempo elementi diagnostici compatibili con un'infezione, tra cui indici infiammatori costantemente elevati e risonanze magnetiche che documentavano la progressione dell'erosione ossea. I consulenti hanno inoltre osservato che alcune pregresse condizioni psicopatologiche della paziente avrebbero contribuito a indurre i medici a sottovalutare i sintomi iniziali.

«La mancanza di una diagnosi corretta e puntuale è stata un errore drammatico», commenta Maurizio Cibien, responsabile di Giesse Risarcimento Danni. «Questa sentenza definitiva rappresenta il doveroso riconoscimento per la paziente e la sua famiglia che, con eccezionale dignità e immensa pazienza, hanno atteso per molti anni di ottenere finalmente giustizia».