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BOLZANO. Ore e ore al computer o con lo smartphone in mano per far cadere, per esempio, la formica nel buco o evitare che si sganci il carico dalla gru. In Alto Adige nel 2023 sono stati seguiti 122 giovani tra i 12 ed i 25 anni. Il 60% del totale soffre di dipendenza da videogiochi (gaming disorder).Un disturbo che prende il sopravvento sugli altri interessi della vita. Per la diagnosi sono fondamentali interviste strutturate e test specifici.
A rimetterci soprattutto i giovanissimi che così facendo spengono il cervello. Lo sa molto bene Oskar Giovanelli - psicologo e psicoterapeuta, coordinatore dell’ambulatorio YoungHands. «Dal 2019 ad oggi il numero delle persone in cura è triplicato. Siamo passati da 48 a 122». Della questione si è parlato ieri in un convegno a Politermica, in Zona. Intervenuta anche Giulia Tomasi, psicologa di Ama a Trento. «L’abuso di Internet provoca cinque dipendenze - dice Giovanelli - da social network, shopping, gioco d’azzardo, pornografia e videogioco. Questa ultima patologia è riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)».
Nella metà dei casi sono le famiglie a farsi avanti e a chiedere aiuto, raramente lo fanno i ragazzi
perché più giovane è l’età, minore è la consapevolezza. «Per l’altra metà ci arrivano segnalazioni da servizi sociali, tribunale dei minori, scuole - di solito succede quando si accumulano troppe assenze - e anche Neuropsichiatria infantile».
I campanelli d’allarme
Quali sono i campanelli d’allarme? «I soggetti aumentano progressivamente la quantità di tempo dedicata ai videogiochi, ma quel che preoccupa è il ritiro dalle altre attività. Mi spiego meglio… se un giovane o una giovane passano ore in Internet ma il giorno dopo vanno con gli amici al lido non posso dire che ci sia un problema». Diverso è il caso in cui si manifesti una forma di ritiro sociale col gioco virtuale che diventa priorità assoluta, prosegue Giovanelli, «a discapito di altri impegni e responsabilità. Penso al calo di rendimento, all’abbandono della scuola, degli amici. Non ci si siede a tavola con i familiari, si diventa sempre più irascibili e aggressivi. Specialmente se viene impedito il gioco».
L’effetto dopamina
Colpa anche della dopamina. «Come per la dipendenza da droghe, i videogiochi rilasciano un neuro-ormone che crea dipendenza. Per raggiungere soddisfazione e successo il gioco si fa sempre più difficile, sale di livello, serve maggior attenzione. Ma tutto questo si traduce in ansia, depressione, bassa autostima e fobia sociale».
Come se ne esce?
«Parliamo con i ragazzi, incentiviamo l’esperienza analogica. Facciamo uscire le emozioni. Chiediamo loro cosa fanno nel tempo libero, se escono di casa, fanno sport. Abbiamo attivato progetti educativi... penso al tiro con l’arco, all’arrampicata, alla montagna ecc. Interveniamo anche a livello familiare. Il coinvolgimento dei genitori - soprattutto per i più giovani - gioca un ruolo centrale e contribuisce al successo del trattamento. L'obiettivo della terapia è migliorare le abilità sociali e la gestione delle emozioni. Offerte di gruppo e individuali supportano i giovani e li aiutano a cambiare ed uscire dalla loro situazione».
La confusione
Spesso gaming disorder e sindrome Hikikomori si confondono. Entrambi i disturbi mostrano infatti caratteristiche simili, come la voglia di chiudersi in casa e una variazione del ritmo sonno-veglia. Tuttavia, solo il 30% degli Hikikomori (termine giapponese per "ritirarsi") utilizza Internet in modo eccessivo. Mentre nel gaming disorder l'immersione nel mondo virtuale è centrale, il ritiro degli Hikikomori è spesso risultato di difficoltà sociali. I videogiocatori tendono a concentrarsi su un gioco specifico, gli Hikikomori utilizzano vari giochi e avatar, la loro identità è meno definita. «Per aiutare i soggetti a uscirne è fondamentale individuare il tipo di dipendenza»


