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BOLZANO. Vent'anni e più fa il medico gli ha detto: «Guarda, con questo ginocchio messo così, da adesso scordati le maratone». Gli si era girato dall'altra parte. Come se la rotula avesse ballato il tango senza casqué. Un calcio sbagliato ad un pallone: così poteva cambiare il mondo. Basta, via dalle corse. Cioè dalla sua vita. Ma è stato lì, quando era ancora un ragazzo, che la vita di Jens Kramer è cambiata.
«Mi sono detto: guarda, i tuoi limiti non sono nel ginocchio, li hai in testa». Lavorarci è stata la chiave. Giorni e giorni a dirsi che una gamba non era il mondo e che il mondo stava nella volontà di farle fare un passo dopo l'altro, prima piano e poi sempre più veloce. Ora racconta invece il «Groena Bandet». Dietro questo nome da renne vaganti ci sono 1300 chilometri attraverso la Lapponia svedese, terra la lupi e ghiaccio fisso, da nord a sud lungo quello che lui chiama il leggendario Kungsleden. Nessuna gara, niente evento ufficiale, zero punti di ristoro. «Solo io con il mio zaino» dice. Davanti, dietro e a fianco, solo la natura del nord. Che più nord non si può.
Lui è di Collepietra. Altezza 850 metri sul livello del mare. Lavora a Bolzano. «Lì, in ditta, alla Lobis, capiscono la mia passione e mi lasciano ogni tanto andare» sorride. Da giovanissimo, inizia zampettando come un ossesso all'Ssv Bozen poi via, sempre più in alto, al freddo e nell'estremo. È un trail runner. Cioè un atleta a metà strada tra un maratoneta, un esploratore, un digiunatore seriale quando corre, un ossesso e un sognatore. Cerca cose che stanno nascoste dentro la fatica. Ora ha moglie e due figli che lo guardano e si dicono che è meglio lasciarlo andare, tanto non cambia.
Perché questa voglia di fatica?
Bella domanda. Ogni tanto me la faccio e mi rispondo: cosa farei senza natura? Per vederla come la vede serve faticare, questo è il punto.
Cioè, non si concede?
No. O almeno, non senza andarla a cercare nei posti più infami, intendo sul piano climatico e di tutto il resto.
Come la Groena Bandet?
Eccola. L'idea è nata dal mio amico Ingo. Dovevamo farla in due. Poi lui si è infortunato.
E lei?
Sono andato avanti da solo. Davanti avevo un percorso che sembrava una linea senza fine attraverso la Lapponia. Più andavo e più l'orizzonte pareva allontanarsi.
Perché andare avanti?
La Lapponia non fa compromessi. O ci sei bene, se solo ci fai, addio. Pioggia, vento, guadi, il terreno era una immensa torbiera.
Che succede lì?
Che ad ogni passo rischiavo di affondare nella terra. Il battito del cuore erano i bastoncini, gli scarponi e la pioggia sulla giacca. Poi, quando arriva il sole, quasi non ci credi a quello spettacolo. Betulle, laghi e cielo. La sfida è passare da questa natura che si apre a quella che si chiude.
E quando si chiude?
Ci stai dentro e cammini. Gelo, paludi e nuvole. Mi sono detto: questo non è posto per sognatori.
Però lo ha sognato.
Sempre, prima e dopo.
È per questo che fa queste cose?
Sì. Ad esempio, incontrare d'improvviso una mandria di renne, o gente pulita che ti vede e ti offre un caffè caldo e ti parla del tempo e tu con loro.
Si è mai detto: bene, mi arrendo?
Non me lo sono detto, l'ho fatto. Un giorno il mio corpo ha detto basta. Fermarmi in quella Lapponia è stata la scelta più difficile ma l'ho fatta, e non ho battuto il record.
Deluso?
No. Non ho messo un altro numero sulla lista ma ho scoperto una cosa più importante: i miei limiti.
Ma non solo Lapponia no?
Certo. Ad esempio il Giro dei Giganti, "Tor de Geants". È un mito. Tutti lo conoscono nel mondo del trail running.
Duro?
Beh, 330 chilometri, 24 mila metri di dislivello, lungo la Valle D'Aosta. Quando sono arrivato a Courmayeur sapevo che avrei realizzato il sogno della mia vita. Terreno roccioso, tecnico, scivoloso. E poi nebbia, neve, si corre e basta. Giorni e giorni così. Da matti. Poi, a poco a poco, il corpo prende il controllo e via, non si sente più nulla. Non ho finito la gara. Ma anche lì ho imparato a essere onesto con me stesso.
E poi l'Ultramarathon, i deserti. L'Everest trail race nel '23. Che dire?
Che con la passione c'è poco da fare. C'è e basta. Quando decidi di fare gare, meglio chiamarle corse o camminate, ma tutte e due folli, visto che durano una settimana tra i posti più impervi della terra. E ti dici che o vivi così o smetti di vivere. Dove mai potrai vedere posti simili?
Ma non si potrebbe vederli comodamente?
«Ma comodamente non si vedono così!». E come mai?«Non ci si arriva in auto, in aereo si sorvolano, non ci sono treni e strade. Ma è lì che la terra si svela. Solo quando sei da solo con le tue gambe.
È allora che la fatica acquista significato?
Solo allora. La fatica è l'unico passaporto per vedere quelle cose. Quando gli stai in mezzo la senti e poi smetti di sentirla. Capisci che è lo strumento per ottenere la bellezza. Poi, certo, il corpo ti da dei segnali.
Del tipo?
Che basta, ad esempio. O che va bene così. Sì impara ad ascoltarsi. Come negli esercizi spirituali?
Non so, so che lo spirito c'entra molto. Nel senso che ti guida lui più che le gambe. E allora sei in un altro mondo.


