BOLZANO. In sala operatoria bisogna avere tutto sotto controllo, ogni gesto deve essere calcolato, ogni movimento deve essere preciso. Alice Amadori è specializzanda al quarto anno di chirurgia generale all'Ospedale di Bolzano e sta orientando il proprio percorso verso la chirurgia epatobiliopancreatica. Ma il camice bianco non basta a raccontarla: appena può, parte, cercando proprio ciò che non può essere previsto. Ha studiato a Sassari e vissuto esperienze in Russia, Israele e Germania; poi sono arrivati i viaggi in Perù, Maldive, Manhattan e Kenya, dove durante un volo per Mombasa si è ritrovata a soccorrere un passeggero. La chirurgia le chiede precisione, il viaggio le restituisce libertà. A settembre partirà per la Cina: la Grande Muraglia sarà la terza delle sette meraviglie del mondo moderno che avrà visto. E probabilmente non sarà l'ultima.

Quando ha capito che avrebbe voluto fare il medico?
Mi piace aiutare le persone, mi fa sentire soddisfatta e utile nella società. Mi dava fastidio sentirmi impotente davanti ad alcuni contesti nei quali non sapevo come reagire. Ora so come muovermi, anche se naturalmente non sono onnisciente.

E perché proprio la chirurgia?
È una cosa che mi ha sempre affascinata. Mi piace l'idea che, attraverso un atto manuale, si possa togliere il problema a un paziente. E poi ho sempre avuto una certa inclinazione per le attività manuali e creative: mi piaceva fare lavoretti, pitturare, realizzare disegni con i colori per le finestre.

Di che cosa si occupa la chirurgia generale e quanto conta l'ambiente nel quale si sta formando?
È una specializzazione chirurgica che si occupa soprattutto degli organi della cavità addominale: esofago, stomaco, intestino, fegato, cistifellea, pancreas. Ci occupiamo anche di tiroide, paratiroidi, mammella ed ernie. Negli ultimi anni della specializzazione ciascuno tende poi a orientarsi verso una sottospecialità. Io sono interessata soprattutto alla chirurgia epatobiliopancreatica. A Bolzano abbiamo la possibilità, con il nostro primario Antonio Frena, di operare. E soprattutto permette a tutti gli specializzandi di farlo, senza distinzioni di alcun tipo.

È una professione molto fisica?
Sì. Per esempio, quando si utilizzano le valve per mantenere aperto l'addome, bisogna esercitare una forza considerevole e mantenerla a lungo. In sala si possono trascorrere molte ore immobili, concentrati e mantenendo in posizione determinati organi. È un lavoro fisicamente impegnativo e, sotto questo profilo, un uomo in questo senso può essere avvantaggiato.

Con i pazienti le è mai capitato di avvertire un pregiudizio?
Sì, più volte. Alcuni pazienti hanno fatto commenti sul mio aspetto fisico. Può anche fare piacere in un altro contesto, ma sul lavoro lo trovo fuori luogo. Mi è capitato anche che qualcuno dicesse: «Vorrei parlare con il medico», quando il medico ero io. A volte i pazienti si fidano maggiormente di un collega specializzando uomo, magari anche più giovane di me dal punto di vista della formazione. Non è sempre facile.

Lei ha studiato a Sassari. Che cosa le ha lasciato quell'esperienza?
All'inizio è stato difficile integrarmi, ma i sardi sono persone molto buone e oneste e mi sono sentita fortunata a essere entrata lì. L'Università degli Studi di Sassari offre anche molte opportunità internazionali. Ho trascorso un mese in Russia, a Samara, e un mese in Israele, ad Haifa. Poi ho fatto l'Erasmus a Gießen, in Germania, a circa mezz'ora da Francoforte.

Il viaggio, infatti, sembra essere una parte fondamentale della sua vita.
Sì. Sono stata alle Maldive, in Perù, a Manhattan e recentemente in Kenya. Nella chirurgia devo essere molto precisa e mi piace avere tutto sotto controllo. Di carattere, però, non sono così: sento il bisogno, ogni tanto, di uscire dall'ordinario. Più una cultura è distante dalla nostra, più mi affascina.

Qual è stato il viaggio che l'ha colpita di più?
Il Perù. Ho visto anche le zone più povere e mi ha colpito incontrare persone che hanno poco e non pretendono di più. È una prospettiva che ti costringe a rimettere in discussione molte delle nostre abitudini.

In Kenya, invece, il viaggio ha avuto anche una dimensione solidale.
Sì, è stato molto impegnativo. Siamo stati anche in un orfanotrofio per bambini con disabilità. Ho visto una realtà nella quale le condizioni sociali e sanitarie sono molto diverse dalle nostre, con programmi di screening molto meno capillari rispetto a quelli a cui siamo abituati.

Ha mai pensato di mettere la sua professione al servizio di queste realtà?
Mi piacerebbe molto fare la missionaria e riuscire a viaggiare e lavorare contemporaneamente. Penso, per esempio, a un'organizzazione come Medici Senza Frontiere. L'idea di unire la medicina alla possibilità di entrare in contatto con mondi diversi mi affascina molto.