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BOLZANO. Per Fatou Digne, 31 anni, il momento della laurea a Bressanone è stato il punto d'incontro tra una storia familiare cominciata in Senegal e una vita costruita in Trentino. Quando il direttore del corso le ha proposto di rappresentare tutte le laureate e i laureati della Facoltà di Scienze della formazione, ha accettato portando con sé una storia fatta di lingue, migrazioni, fede, studio e difficoltà.
Sono 186 le studentesse e gli studenti che nell'anno accademico 2025/26 hanno concluso il loro percorso alla Facoltà di Scienze della formazione della Libera Università di Bolzano. La cerimonia si è svolta nella cornice del Palazzo Vescovile di Bressanone. Qui Fatou Digne, laureata in Scienze della comunicazione e della cultura, ha scelto di ricordare quanto sia preziosa la possibilità di poter progettare il proprio futuro.
Nel suo discorso ha parlato della fortuna di poter studiare mentre, in molte parti del mondo, bambini e giovani non sanno nemmeno che cosa accadrà loro poche ore dopo.
Dietro quelle parole c'è anche la sua storia.
Lei è stata scelta per rappresentare tutti i laureati. Che cosa ha provato quando glielo hanno proposto?
Sono rimasta sorpresa. Per me è stato un grande onore, soprattutto perché ho sentito la responsabilità di parlare anche a nome degli altri.
La sua storia, però, comincia molto lontano da Bolzano.
Io sono nata a Cles il 21 aprile del 1995. I miei genitori sono senegalesi. Mio padre è arrivato in Italia quarant'anni fa per trovare lavoro. All'inizio dormiva in macchina. Una ragazza, Elisa, con cui siamo rimasti amici negli anni, lo ha visto e ha deciso di ospitarlo. Lo ha aiutato senza paura. È rimasto a casa della sua famiglia per un mese. Per un periodo ha fatto il venditore ambulante, poi ha trovato un lavoro stabile come camionista. Viaggiava in Germania e in Francia.
Oggi il Senegal è ancora una parte importante della sua vita?
Sì, quando vado a Touba, nel Senegal centrale, sto benissimo. Mi manca soprattutto la vita sociale, stare insieme alle persone. Mi piace molto anche la natura. Non ci vivrei per sempre, perché dal punto di vista economico ci sono delle difficoltà.
Anche suo marito è senegalese. Che storia è stata la vostra?
Il nostro è stato un matrimonio d'amore. Lui è di Dakar. Dopo il matrimonio gli ho chiesto se volesse trasferirsi con me in Italia e lui è venuto qui per me. Abbiamo due bambini, Aboubacar, che ha quattro anni, e Sokhna Diarra, che ne ha due.
Qual è stato il suo percorso di studi?
Mi sono laureata in Scienze della comunicazione e della cultura a Bressanone. Era un'università in tre lingue e per me è stata una grande esperienza. Mi ha dato tanto. Ho scritto un saggio sul razzismo silente in Italia e sulla difficoltà di essere nera in Italia. Ho parlato anche di Cheikh Ahmadou Bamba e dell'Islam. Il fondamentalismo islamico non rappresenta la mia religione. Purtroppo, però, ho la sensazione che il mondo spesso veda solo quello che vuole vedere.
Quando ha iniziato ad accorgersi del razzismo di cui parla?
Fin da piccola. Già in terza elementare ho vissuto episodi di razzismo: alcuni compagni non giocavano con me. È successo anche alle medie. Ho avuto professori che non mi valorizzavano e sentivo che mi trattavano in modo diverso, come se non gli andassi a genio.
La sua fede ha avuto un ruolo in questo percorso?
La religione mi ha aiutato tantissimo nella vita. Soprattutto nel rispetto delle persone e nell'umiltà. La fede mi fa credere che ci sia un Dio che mi aiuta a uscire dalle difficoltà. Io appartengo al muridismo. La sua particolarità consiste nella santificazione del lavoro che ha un ruolo importante quanto quello della preghiera. C'è poi una frase che mi piace molto: «Le azioni valgono per le intenzioni che le hanno ispirate».
Che cosa significa questa espressione per lei, concretamente?
Significa che un'azione può sembrare positiva o negativa dall'esterno, ma dietro ci può essere un'intenzione diversa da quella che immaginiamo.
Dopo gli episodi di razzismo che ha vissuto fin da bambina, quanto è stato difficile continuare a credere nelle buone intenzioni degli altri?
Quando sei piccola e qualcuno non vuole giocare con te o un insegnante ti fa sentire meno importante degli altri, inizi a chiederti che cosa hai fatto di sbagliato. Crescendo ho capito che non devo pensare che il problema sia necessariamente in me. La religione mi ha aiutato molto anche in questo: mi ha insegnato il rispetto, l'umiltà e a non rispondere al male con altro male.
Martin Luther King sognava un giorno in cui una persona non sarebbe stata giudicata «dal colore della sua pelle, ma dal contenuto del suo carattere».
Lei, dopo aver vissuto sulla propria pelle ciò che significa essere guardata prima ancora di essere conosciuta, che cosa vorrebbe che gli altri vedessero quando la incontrano?
Vorrei essere conosciuta per quello che faccio, per i valori che ho, per come tratto gli altri. Io non penso che il colore della pelle debba dirci quanto lontano può arrivare una persona.
Oggi, a Bolzano, cerca anche di costruire ponti tra comunità diverse.
Con la nostra associazione facciamo volontariato. Ci incontriamo, cuciniamo insieme e invitiamo tutti, anche persone di altre religioni. Una parte dei soldi che raccogliamo la mandiamo in Senegal per le scuole o per gli orfanotrofi.
Che cosa sogna per il futuro?
Vorrei che gli immigrati di seconda generazione che vivono qui venissero ascoltati di più. A volte ci sentiamo un po' marginalizzati. Io mi sento italiana e mi piacerebbe essere coinvolta di più nelle politiche della città. Mi piacerebbe anche lavorare per i diritti degli immigrati e per l'ambiente.


