Bolzano. Alle donne bastano i diritti umani? Nel senso: la Carta dei diritti dell'uomo le tiene dentro oppure serve dire che finora non sia stata abbastanza inclusiva nei loro riguardi? «Bella domanda», sorride Orsetta Giolo, docente di filosofia e sociologia del diritto. «La realtà - dice- è che le donne nei diritti ci sono entrate in un secondo momento, molto dopo gli uomini». Orsetta Giolo, cattedra a Ferrara, è autrice, con Alessandra Facchi - a sua volta docente di filosofia e politica del diritto a Milano - del libro "Una storia dei diritti delle donne" (Il Mulino). Ne parleranno oggi alle ore 18 nell'aula magna dell'Istituto delle Marcelline a Bolzano.

Che succede ai diritti quanto toccano le donne, Orsetta Giolo?

«Che non da subito e non sempre hanno tenuto al loro interno aspetti che sono propri delle donne. Pensiamo a quanto ci abbiamo messo per includere nei diritti umani, ad esempio, la diversa identità dei corpi. E quindi la necessità di scrivere norme che ne tengano conto. Al punto da schiacciare quello della donna in cornici normative che non le appartengono».

È per questo ritardo che oggi si parla in modo specifico di diritti delle donne?

«Anche. Se non soprattutto. Solitamente nel campo dei diritti si distinguono singole classi. Penso ai diritti civili, a quelli sociali. Ma nell'individuare queste categorie il soggetto di riferimento è sempre stato l'uomo. C'è stato un ritardo evidente. Ma anche dopo, i freni sono stati innumerevoli».

Esempi?

«Guardo alla rivoluzione francese. Certo, le donne sono state coprotagoniste di quella rivoluzione, per la prima volta in prima linea, ma la realtà è stata che, finito tutto, gli uomini hanno detto alle donne "grazie ma adesso tornate a casa". I diritti dell'uomo, scritti in quella fase erano diritti maschili, le donne ne erano escluse nei fatti. Fuori allora ma fuori anche nel secolo successivo, che pur fu estremamente movimentato. Pensiamo ai primi movimenti femministi, le lotte per l'istruzione, l'accesso al lavoro».

Poi che accade?

«All'inizio del Novecento la guerra blocca quel primo processo di avanzamento collettivo. Al fronte vanno gli uomini, sono sempre loro i protagonisti».

Ma c'è chi nota che proprio nel corso della guerra il ruolo della donna subisca un improvviso cambiamento: lavorano nelle fabbriche, coprono i vuoti lasciati dagli uomini nel Paese…

«Certo, coprono i buchi. Ma subito dopo vengono fatte allontanare. Succede così con le guerre: le conquiste si annacquano e ci sono repentini balzi all'indietro. Non è certo un caso che l'ascesa dei regimi negli anni successivi al primo conflitto mondiale, riconsegni la donna ai ruoli classici di madre e moglie. Di più: questi ruoli vengono strutturati nelle norme».

È possibile, come fate nel libro, scandire la storia umana attraverso quella che guardi al ruolo delle donne?

«Non è una storia lineare. Nel '500 e fino al secolo successivo la donna avverte l'aria nuova che emerge dalla cultura rinascimentale. Donne artiste, architette, donne con ruoli importanti nella politica di corte. L'altro step avviene nell'800».

Per quale ragione?

«La rivoluzione industriale chiede forza lavoro e novità tecnologiche. Le donne salgono su quei diritti disegnati dalla rivoluzione francese e spingono perchè diventino effettivi. Si forma il movimento femminista, molte donne forzano le norme, si iscrivono all'università anche se a loro è proibito, costruiscono case per le donne. Poi la frattura, con la guerra e con i regimi successivi. La figura materna diventa prevalente in qualsiasi immaginario collettivo. Infine, la seconda metà del Novecento apre l'era dei diritti universali riconosciuti dalle convenzioni, dell'uguaglianza dei popoli e dei generi».

E siamo all'oggi…

«È proprio in questa fase, dove molto, se non tutto, in termini formali appare acquisito che serve stare all'erta. Gli arretramenti sono sempre un pericolo».

Sta diventando centrale la parità economica: le donne guadagnano meno e sono meno indipendenti. Che fare?

«È una questione centrale. Quello del lavoro è sempre stato un tema ambiguo, vista l'ambiguità nella divisione dei ruoli tra i generi. Spesso ancora si confonde il lavoro della donna con la cura della famiglia. Si sovrappongono le due fasi. Da un lato svalutando così il lavoro effettivo all'esterno, la carriera e tutto il resto. Dall'altro si insiste nel valorizzare il lavoro domestico con questo schiacciando ancora le donne all'angolo».

È un equivoco solo dell'oggi?

«Lo è da sempre. Pensi che nel Medioevo e nel Rinascimento le balie, quelle che allattavano i pargoli di altre famiglie, non erano considerate neppure proprietarie del loro latte. Lo erano i "bali" cioè gli uomini, i mariti. Oggi invece c'è difficoltà nel chiarire tra lavoro retribuito e non retribuito, definire il suo confine, come valutare il lavoro domestico».

E il gap salariale?

«Tiene dentro tutto. Il gap viene dal lavoro part time di milioni di donne, dagli abbandoni quando nascono i figli. Ma tutto attiene alla cultura: sempre più uomini chiederanno congedi parentali, quanto più i congedi dei padri saranno normati e anche obbligatori, quanti più asili nido si costruiranno tanto più i diritti potranno dispiegarsi senza gender gap».