BOLZANO. Tutti gli uomini del presidente era più di un film. Veri, in carne e ossa, con lui, il presidente che ad ogni passo chiedeva: ragazzi, che ne dite di un gelato? Oppure: ora fate quel che dovete ma io adesso mi fermo e saluto chi incontro, e pure gli parlo e lasciate perdere la sicurezza. Sandro Pertini non lo fermava nessuno. Poi c'era il capitano Maffei.

A bassa voce, perché il "presidente di tutti" non sentisse, diceva ai suoi carabinieri di scorta: state attenti, non mollatelo un minuto, ma senza che se ne accorga... L'Alto Adige come appendice del Quirinale sta quasi tutta dentro - ai suoi esordi più popolari - gli anni che vanno dal 1978 al 1985, quando Pertini ci saliva sotto scorta, visto il ruolo; ma pure nei ventisette, in totale, che lo avevano colto preda della sua predilezione, ufficiale o privata, per queste montagne.

Vallunga, il centro addestramento alpino dell'Arma, era il teatro di una rappresentazione mai uguale.Ci salivano le redazioni di mezza Italia, ogni giorno una sorpresa: «Che dico? Che così non va», buttava lì Pertini. E giù titoli dei quotidiani il giorno dopo. Una garanzia, il presidente partigiano: tu vai - si diceva nelle riunioni - qualcosa uscirà. Usciva.

Anche perché c'era pure Durnwalder, nei paraggi: «Lui arrivava e mi chiamava. Io salivo in Gardena ed era una gioia. Eravamo due tipi che non se la tirano» dice oggi il Landeshauptmann di una P(p)rovincia che provava allora a vivere gli anni del suo successo autonomistico. «Si mangiava sempre qualcosa insieme» aggiunge Kaiser Luis, magari la mitica "Zuppa alla Pertini", che il presidente partigiano fece mettere nel menu di uno dei rifugi che frequentava (cipolle più speck a dadi).

Durnwalder ha sempre avuto una certa predilezione per i meeting quirinalizi: «Ricordo il presidente Ciampi. Gran classe. Ma soprattutto Francesco Cossiga». Perché proprio lui? «È venuto a casa mia, un giorno. Gli ho detto: io l'aspetto. È arrivato. Abbiamo parlato per ore della seconda guerra mondiale. Gli piaceva la storia».

E ancora Giorgio Napolitano, e prima Oscar Luigi Scalfaro, passando per Pertini e oggi per Sergio Mattarella. Tanto che uno si chiede: possibile che tutti da noi a farsi le vacanze d'agosto? E non in Trentino o in Val d'Aosta? Durnwalder ha un'idea al proposito: «Una certa sicurezza d'ambiente che qui si respira, il contesto sempre curato, la gente che li accoglie con vera gioia. E poi - ecco il Landeshauptmann di allora - essere diversi, come probabilmente ci percepiscono anche i presidenti della Repubblica, è attrattivo. È anche bello...».

Non c'è una valle che non ne abbia visti: Pertini in Gardena, Scalfaro qualche incursione ma - ecco forse una delle poche eccezioni, tuttavia al confine altoatesino - soprattutto in val di Fassa (dove passava le vacanze anche Aldo Moro mentre Andreotti sceglieva Merano), Giorgio Napolitano in val Fiscalina, a Sesto e a Moso in Passiria, Mattarella a villa Ausserer, come Carlo Azeglio Ciampi. "Ama lo Sciliar" dicono negli uffici della segreteria di Palazzo Widmann. Ma l'attuale presidente non ha atteso di salire al Quirinale per mostrarsi attratto da tutto ciò che è altoatesino.

Che sia anche una sorta di scelta inconscia, o no, per tenere stretta questa terra di confine da parte di Roma? «Beh, non credo sia questo - dice Roberto Bizzo - ma un reale piacere di condividere la particolarità altoatesina in sè». Bizzo, già assessore provinciale, democristiano della prima ora, è stato testimone del Mattarella commissario del Partito Popolare altoatesino negli anni in cui viveva la sua transizione nella Margherita, il nascente soggetto politico che ne avrebbe assorbito i valori: «Sergio, come allora voleva che lo chiamassimo, arrivava da noi in via Resia e ci stava ore a discutere. È siciliano, convinto autonomista, tanto da vedere nella nostra autonomia un modello per il Paese. Senza dimenticare - conclude Bizzo - che fu eletto in Senato nel nostro collegio».

Tanti i fattori, dunque. Dice al proposito Vito Cusumano, ora prefetto a L'Aquila ma per lunghi anni commissario del governo a Palazzo Ducale: «Penso che all'origine di questa predilezione ci sia, oltre alla cordialità dell'accoglienza, la percezione di una cura particolare delle cose, l'attenzione alla preservazione, in sostanza le qualità anche ambientali da parte delle istituzioni e delle stesse comunità». Cusumano ha accolto tanti presidenti. Come pure Valerio Valenti che lo precedette. Siciliano come Mattarella, anche lui convinto che siano tanti gli elementi che concorrono alla scelta altoatesina del Quirinale. Una tra tutte, che tanto spiega, quella di Giorgio Napolitano. Legato all'hotel Bad Moos per una serie di conoscenze anche famigliari, amato dalla moglie Clio e luogo di infinite giornate serene.

«Pagava sempre di tasca sua» tengono a ricordare lassù. Come pure Ciampi e gli altri che salivano al soggiorno militare a Siusi per non gravare sulle spese di Stato. Cossiga, per dirne ancora, andava a trovare Durnwalder ma poi deviava verso Auronzo, in quel Cadore che lo vedeva trascorrere qualche settimana in agosto. Probabilmente l'unico presidente che "strutturalmente" non se ne stava da noi per una antica frequentazione di quei luoghi bellunesi. Ma gli altri, in una lunga linea di fila che non badava al colore politico ma all'accoglienza e alla pace predisposta con naturalezza a loro beneficio, sono stati protagonisti di una - per certi versi singolare - predilezione per l'Alto Adige.

Come se si fossero parlati, tutti loro e Pertini, ascoltando i suoi racconti intorno all'amicizia, sempre trattenuta e legata a codici tutti loro, col capitano Maffei e poi, via via, con gli ufficiali e le scorte " tutti gli uomini dei presidenti" che tanto hanno contribuito, come i funzionari del commissariato, della Questura - tra loro lo "storico " ispettore di polizia sudtirolese Johann Ramoser - che hanno garantito la sicurezza ma pure la condivisione con le popolazioni. Dentro una sorta di patto gentile tra il Quirinale e l'Alto Adige, mai venuto meno.