BOLZANO.  In piazza del Grano, alcune settimane fa, ha lasciato tutti a bocca aperta con il suo solo di batteria. Una performance di alto livello all'interno del Bolzano Festival, del 23enne Mattia Romanenghi e degli altrettanto talentuosi percussionisti Francesco Marciano, Ludovica Santoro e Luca Cassini.

Ma dietro il talento di Mattia, si nasconde il difficile percorso di un musicista segnato da una disabilità uditiva. Una fragilità che, nonostante tutto, non lo ha mai portato ad appendere "le bacchette" al chiodo. Il sogno? «Per ora suonare al Blue Note di Milano», racconta con un sorriso in video chiamata. I capelli ricci, lo sguardo sveglio e una grande passione per la musica jazz, che non si ferma nemmeno di fronte a una sordità parziale.

«Soffro di Ipoacusia neurosensoriale bilaterale, se si vuole il termine medico - spiega - tradotto: ho difficoltà nel distinguere o sentire determinate frequenze, specie se alte. È un problema che ho dalla nascita, e che rischia di peggiorare con il tempo, anche perché, per scelta, non indosso protesi. Però mi ritengo abbastanza fortunato: non è così grave da non sentire niente, le frequenza basse, ad esempio, le distinguo bene». Il resto lo fanno le vibrazioni, lo sguardo attento sugli strumenti, tutta la parte della musica che va oltre l'ascolto "canonico".


Mattia la chiama «comunicazione visiva», e va dalla lettura del labiale durante una normale chiacchierata, allo sguardo d'intesa per dare l'attacco in un concerto. Alla base c'è una passione profonda che non si lascia scoraggiare: «Non potevo vivere senza musica - spiega - Ho capito che non bisogna privarsi di niente».

Qual è stato il suo percorso nella musica?

Suono da quando ero molto piccolo, merito di una famiglia di musicisti. Mia madre suona il flauto traverso, mentre mio padre (Gianmaria Romanenghi, ndr) è docente di percussioni al conservatorio Monteverdi. Da subito mi sono avvicinato alla batteria anche per necessità: erano le frequenze che riuscivo a distinguere meglio. Da lì ho iniziato ad appassionarmi alla musica Jazz. Oggi studio ingegneria all'università di Brescia, ma la musica rimane una parte fondamentale della mia vita: ho diversi progetti, suono in un gruppo che si chiama Ichos Percussion, per citarne uno, e continuo a prendere lezioni da Stefano Bagnoli.

Com'è stato, anche in relazione al suo problema, il passaggio dallo studio individuale al suonare in gruppo?
All'inizio faticoso. A suonare da solo non ho mai trovato difficoltà, mentre appena mi sono trovato con altri musicisti, senza riuscire a distinguere tutti i suoni, ho dovuto arrangiarmi con alcuni "trucchetti". Guardare gli altri, ad esempio, mi aiuta molto. Poi mi concentro sulle vibrazioni. Con il tempo mi sono abituato, e oggi, suonare in gruppo, è una delle cose che mi soddisfa di più.

In futuro si vedrebbe a lavorare come musicista?
Mi piacerebbe molto, sento che non è solo un "hobby", ma un'ambizione. Chiaramente non è facile, però ha senso provarci. Ho capito che è inutile rinunciare a ciò che ci piace.

Un palco su cui vorrebbe esibirsi?

Sono appassionato di jazz, e lo ascolto rigorosamente con le cuffie - sorride -. È un genere di nicchia, ma molto vivo in chi lo segue o lo pratica. Mi piacerebbe calcare i palchi dei jazz club londinesi o americani, ma anche il Blue Note di Milano sarebbe un sogno.