SALORNO. Rolando Pizzini, scrittore e docente di Salorno che insegna anche in carcere a Spini di Gardolo, ha teso la mano, con un amico che preferisce restare anonimo, a Leopoli e all’Ucraina dove, a causa della guerra, mancano medicinali. Anche per i bambini.

Una mano tesa ai bambini malati di tumore e malattie genetiche.

«Nel mio viaggio fra le varie sofferenze e gli orrori causati dal conflitto – racconta Pizzini all’Alto Adige – che ho potuto vedere di persona, vi è stata anche la visita al “Clinical Center of Children’s Healthcar” di Leopoli. Al suo interno c’erano bambini sfollati provenienti da città bombardate come Irpin, Mykolaiv, Kharkiv, Kiev e dell’età di un anno o poco più, tutti affetti da tumori e da malattie genetiche. Controllando a fatica le mie emozioni avevo parlato con mamme le quali, accanto a corpicini accartocciati dal dolore, assistevano i loro figli. Una di queste mi sussurrò: “A causa della guerra vi è carenza anche delle medicine più comuni e se non fosse per la dottoressa che impiega parte del suo stipendio per acquistarne, ne mancherebbero ancora di più”».

La decisione presa assieme a un amico: «Ho sentito il dovere morale di fare qualcosa».
 

Lo scrittore e docente Rolando Pizzini con lo psichiatra Olexandr Fits durante il viaggio in Ucraina

«Constatai purtroppo – prosegue Pizzini – che non mancavano solo medicine ma anche apparecchiature normali in un ospedale. La guerra uccide sul fronte e in mille altri modi. Mi è quindi venuto spontaneo parlare con Marta Sheremet, la pediatra responsabile di quelle stanze dove i signori della guerra non metteranno mai piede e mai vivranno sensi di colpa. La conversazione con Sheremet mi ha imposto il dovere morale di aiutare lei e i suoi piccoli degenti. E così, assieme a un amico, che vuole rimanere anonimo, abbiamo acquistato e raccolto farmaci in vari modi. Il primo pacco è arrivato, ne seguiranno altri. Piccole gocce di aiuto all’interno di realtà indescrivibili ma dove, l’amore di medici e mamme, dona forza e senso alla vita».

 

Dare una mano si può. Basta volerlo (e sentirlo) davvero.
(In foto, le dottoresse della clinica di Leopoli con le medicine e l'articolo apparso su l'Alto Adige)

MAX.BO.