MERANO. La scelta di assegnare tre alloggi comunali con fini sociali per lo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati attesi per marzo - al quale Merano ha aderito garantendo ospitalità a dieci persone, era l’unico modo per avviare il progetto. La ricerca di appartamenti sul mercato, infatti, non è andata a buon fine. Così il vicesindaco Andrea Rossi, responsabile per la giunta Rösch sull’immigrazione, giustifica la decisione che ha sollevato proteste. «Il titolare del progetto Sprar è il Burgraviato – spiega Rossi – che, per reperire alloggi, ha svolto un indagine sul mercato immobiliare». Per Merano ma anche per gli altri Comuni aderenti, sostanzialmente tutti quelli della comunità comprensoriale. «Ogni Comune, secondo le disposizioni, contribuisce allo Sprar sostenendo il 5% della spesa. Il 95% è a carico dello Stato. L’amministrazione municipale può fare la propria parte in tre modi: con un sostegno finanziario sempre nel quadro delle attività del progetto Sprar, anch’esso però elaborato dal Burgraviato; mettendo a disposizione del personale, possibilità che la nostra pianta organica non permette; oppure con le abitazioni. Quest’ultima, per noi, è stata la possibilità più semplice e immediata». Degli alloggi comunali selezionati dal Comune, due si trovano in via Lido e uno in via Venosta. «Lo Stato – prosegue Rossi - si prenderà carico dei costi necessari per la sistemazione delle abitazioni e delle spese di condominio».

A innescare i maggiori dissensi, tuttavia, è stata la scelta di agire nell’ambito delle proprietà immobiliari del Comune destinate alle fasce deboli, dove vi sono delle graduatorie di assegnazione. Dalle quali lo Sprar esula totalmente. In giunta, l’assessore Nerio Zaccaria (Alleanza per Merano) non ha sostenuto il provvedimento. «Mi assicurano gli uffici competenti – afferma il vicesindaco per disinnescare la polemica – che non vi è carenza di alloggi sociali. Siamo in grado di reagire anche in situazioni di emergenza». Insomma, i profughi non scavalcherebbero nessuno. Anche se, guardando la questione da un’angolazione appena diversa, per quanto riguarda gli appartamenti Ipes le attese sono lunghissime. «Lo Sprar dura tre anni - chiosa Rossi - e a scadenza le abitazioni rientreranno nelle disponibilità del Comune. Se il progetto dovesse continuare, abbiamo in animo di ruotare gli alloggi, trovando soluzioni in altri condomini rispetto a quelli scelti adesso. C’è chi teme l’arrivo dei profughi nel proprio palazzo? L’informazione e la sensibilizzazione degli inquilini per la creazione di un clima disteso e accogliente nei confronti dei nuvi arrivati sarà il primo compito del team assunto dal Burgraviato per seguire il progetto». L’identità delle persone che occuperanno gli alloggi non è nota e viene determinata dallo Stato. Tuttavia, lo Sprar applica un modello che potrebbe favorire l’arrivo di famiglie. Ma per ora si ragiona per ipotesi.