MERANO. Novant'anni di scatti, passione e galoppo: è addio a un'epoca leggendaria. Una notizia che ha colto tutti di sorpresa: dopo nove decenni di ininterrotta attività a bordo pista, la Foto Press Arrigossi chiude i battenti all'Ippodromo di Maia. A spiegare la decisione è Fabrizio Arrigossi, nipote di Nicola Cirillo, il geometra che negli anni Trenta aveva seguito i lavori di costruzione dell'impianto ippico, diventandone poi il fotografo ufficiale.

Fabrizio Arrigossi, come è maturata questa decisione?

È una scelta dettata principalmente da circostanze familiari. Tre dei miei figli vivono fuori Merano, mentre l'unico che si trova qui non ha intenzione di portare avanti un'attività così impegnativa, che assorbe quasi interamente da aprile a ottobre. Da solo, non posso più garantire tutti i servizi necessari. Abbiamo continuato fino ad adesso, ma è arrivato il momento di dire basta.

Novant'anni sono un traguardo straordinario. Si possono stimare decine o centinaia di migliaia di fotografie scattate, passando anche attraverso generazioni di fotografi formatisi qui...

In effetti, ogni anno per il Gran Premio - almeno negli ultimi venticinque anni - ho avuto solo per il weekend della manifestazione anche più di venticinque fotografi, che si sono alternati. Prima di me, quando c'erano i miei genitori, il numero era inferiore ma comunque altissimo; all'epoca delle pellicole non era così semplice reclutare personale.

Una storia che affonda le radici nel 1935, iniziata grazie al nonno Nicola Cirillo. Come è nato questo connubio tra la vostra famiglia e l'ippodromo?

Tutto è iniziato perché mio nonno era il geometra che aveva seguito i lavori di costruzione dell'ippodromo. Aveva la passione della fotografia, che trasformò nel suo lavoro al ritorno dalla guerra. Poiché non trovava più posto come geometra, la fotografia gli permise di mantenere la famiglia - prima quattro figli, poi la discendenza con mia mamma, me e i miei figli.

Un affare di famiglia, insomma.

Secondo me questo è il fulcro di tutto. Se il buon Dio non avesse dato a mio nonno la passione per la fotografia, e se questa non fosse stata trasmessa a mio padre, noi non saremmo qui. Questa passione è diventata il nostro lavoro. Ho iniziato che avevo undici anni, mi sedevo accanto a mio nonno e continuavo a chiedergli: "Nonno, quand'è che mi fai entrare in pista...". Ci sono rimasto per più di mezzo secolo!

Avete vissuto il passaggio dall'analogico al digitale: come avete affrontato questo cambiamento epocale?

Ci siamo dovuti attrezzare molto velocemente, nell'agosto del 2000. La società di gestione voleva le foto immediate la sera stessa per i giornali, e per noi fu un passaggio traumatico, poiché ero l'unico in famiglia ad avere un po' di dimestichezza con i computer. Da lì in poi è stato tutto un crescendo: mia mamma è stata la prima fotografa a fare il photo-finish analogico, dopodiché ci siamo dovuti attrezzare anche per il digitale.

C'è un cavallo che è rimasto nel vostro cuore?

Abbiamo avuto la fortuna di avere tre cavalli da corsa in famiglia, e uno in particolare era bravissimo e bellissimo: si chiamava Roberto Bellarmino, che all'inizio degli anni Ottanta vinse parecchie corse.

Il grande regista Stanley Kubrick diceva che il cavallo è il soggetto in assoluto più bello da fotografare. È davvero così?

È veramente così, sì. Ti innamori del cavallo a guardarlo e anche a fotografarlo, perché unisce bellezza e potenza: è un connubio bellissimo.

A un certo punto sono arrivate le fotografie consegnate alla premiazione...

Ce lo chiese Giovanni Martone. Ci siamo organizzati, anche se logicamente ha voluto dire avere una persona in più a disposizione solo per questo scopo.

Novant'anni di fotografie significano un'immensa biblioteca d'immagini. Che seguito questo patrimonio?

Sicuramente la mostra degli 87 Gran Premi per intanto rimarrà qui esposta, e credo possa essere utilizzata per un futuro museo, così come tutto l'archivio storico che comprende pellicole, provini, stampati e gli ultimi ventisei anni in digitale.

Un consiglio a chi prenderà il posto della vostra famiglia?

Ha detto la parola giusta: famiglia. Se non fossi stato sostenuto, supportato e aiutato completamente da tutta la mia famiglia - mia moglie, i miei figli, mia sorella - non avrei potuto farcela.

Nonostante le macchine digitali facciano pensare che tutto si faccia velocemente, dopo una giornata di corse c'è un'altra intera giornata di post-produzione. E una vita, un lavoro, un grande impegno dietro a tutto questo.