Merano. Nel consiglio comunale eletto col voto del 20 e del 21 settembre le donne sono solo otto. Una ogni 4,5 consiglieri. E non è solo un problema di formazione della giunta – in caso di vittoria, Dal Medico dovrebbe chiamare una o più assessore esterne per sopperire alla disarmante mancanza di donne tra civiche, Lega ed Svp –, quanto piuttosto un dato allarmante sulla società meranese. «Da una parte ancorata alla nostalgia di un passato molto caratterizzato, dall’altra tendente all’omologazione con l’esterno. Presa in questa morsa, si rifugia in vecchi modelli consunti. È una città in cerca di un’identità». A parlare è Claudia Chistè, sindaca dal 1994 al 1995. L’unica che Merano abbia mai avuto. Volle essere chiamata “sindaca” in tempi non sospetti. «Dovetti mostrare l’editio maior del Gabrielli per dimostrare che la forma esisteva e che aveva una sua autonomia. Il sessismo linguistico allora era imperante. Ma la lingua è fondamentale nella costruzione della realtà».

Intanto da destra arriva la spinta a considerare il ballottaggio del 4 ottobre come una sfida tra “italiani” e “tedeschi”. Conquistatori virili e conquistati che assumono i tratti della debolezza. I tratti femminili. «È tristissimo che il confronto politico abbia ripreso la discriminante etnica, perché questo costringe a contrattazioni finalizzate esclusivamente a uno scambio di favori e interessi economici».

Com’è stata la sua esperienza di prima sindaca di Merano?

Una sfida potente, l’ho accettata tra ostilità e resistenze. C’è stato il tentativo di mettermi alla gogna. L’assenza di competitività e la ricerca di una mediazione al conflitto erano vissute come un segno di mancanza virile di determinazione. Una donna con un ruolo di rilievo andava definita al maschile.

Succede anche oggi che le donne usino codici linguistici maschili per legittimarsi.

O che descrivano la distribuzione dei carichi familiari con frasi come «Concilio famiglia e lavoro», frase che ho letto nella presentazione di una candidata meranese. In politica servono donne che abbiano una coscienza di genere. Solo se smettiamo di parlare di “conciliazione” e iniziamo a usare “condivisione” possiamo cominciare a cambiare qualcosa. Non si riflette adeguatamente sul linguaggio e sul suo peso, così la lingua finisce per perpetuare una visione superata e piena di pregiudizi. Il rapporto tra ciò che è vissuto e ciò che è raccontato si interrompe. E in quest’interruzione del dialogo, spesso violenta, si crea la discrepanza tra le donne che emergono e quelle relegate in un angolo, nella mestizia. Quando la possibilità di scelta manca significa che la società è arretrata. In altre realtà ai vertici degli organi di governo politico le donne ci sono e il loro esempio genera un effetto pioggia, con l’affermazione di alcune donne leader. Mentre quando si sceglie di non partecipare si torna alla dominazione patriarcale.

Però non siamo tutte uguali. Alcune possono formarsi, altre no.

Ed è compito delle poche che riescono a realizzarsi in politica essere di stimolo per le altre. Il concetto “Più donne ci sono, più la società è giusta e matura” non può essere assunto così, senza che lo si declini. La politica richiede disponibilità di tempo e di energie: la scarsità rivela che le donne fuggono dalla politica perché non hanno il tempo, indice di sperequazione di genere. Le possibilità sono “concesse” sulla carta, detto nella lingua della sottomissione.

Poi arrivano i paternalismi: «Voi donne dovevate votare le donne». E gli uomini? Perché non si votano le donne?

Tra un chirurgo e una chirurga si tende a scegliere il primo, perché lo si ritiene più libero di dedicarsi all’attività a tempo pieno. Le donne hanno un doppio impegno che le porta a vivere la loro professionalità a metà, quasi fosse monca. Il secondo motivo è che molte cose vengono taciute, mentre sarebbe indispensabile tirarle fuori.

Cioè?

Tra donne resiste una sottile competizione frutto del patriarcato. Anche la produzione social del proprio privato genera competizione. Così di fronte a una candidatura femminile le donne entrano in un circuito competitivo che nasce dalla sofferenza, perché si pensa di non avere le qualità di chi invece si propone. Facciamo fatica a fare squadra: perciò bisogna lavorare su formazione e cultura.

Ci sono scogli anche in fase di candidatura.

Nel Pci ero una voce critica, davo fastidio. Quindi mi affidarono la direzione dell’Udi e dell’Arci Primo Maggio. Mi relegarono lì. Le donne devono fare i conti con la segregazione orizzontale – pensiamo alla distribuzione disomogenea nelle professioni, ci sono più pediatre che chirurghe – e col soffitto di cristallo. Ecco perché anche donne preparate sono poco attratte dalla vita politica: sanno che sarà difficile fare strada. Un terzo ostacolo è la mancanza di formazione permanente, perché manca il tempo. Insomma, gli ostacoli sono di ordine strutturale, culturale e sociale, col risultato della riproduzione omosociale in politica, quindi di un perpetuarsi del lignaggio maschile.

Quanto aiutano le quote rosa?

Benissimo gli interventi di carattere giuridico, ma il paese reale spesso è più arretrato. Le quote rosa sono punti di partenza, non di arrivo, da accompagnare a interventi strutturali nel sociale. Serve l’elettorato maturo che manca, un elettorato che abbia la cultura dell’inclusione, che abbia fiducia nelle competenze. Le quote rosa ci parlano di una categoria da “tutelare”, di un gruppo “debole”. E se anziché parlare di una soglia minima parlassimo di un numero massimo?

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