MERANO. Sessantotto omicidi al giorno. Mezzo milione i migranti che ogni anno varcano i confini del paese, e di questi almeno 20mila vengono uccisi dai narcos per i motivi più disparati, dopo essere stati usati come schiavi, nel traffico della prostituzione o in quello di organi. Dopo la Siria, il Messico è considerato dall’Oms il paese più pericoloso al mondo. Questo è il contesto nel quale opera padre Alejandro Solalinde, invitato l’altra sera dall’associazione meranese Human Rights International per raccontare la sua esperienza di religioso che da diciotto anni combatte il cartello della droga. Quattro guardie del corpo lo seguono in ogni spostamento, per evitare che qualcuno possa reclamare il milione di dollari che Jose Guizar e Omar Morales, due potenti leader narcos attualmente detenuti, hanno messo come taglia sulla sua testa.
Una guerra, quella combattuta dal leader dell’associazione “Hermanos en el Camino” da lui fondata già quando era in odore di Nobel, che non prevede forme di violenza. Il nuovo presidente messicano, Andres Manuel Lopez Obrador, ha ripetuto Alejandro, ha inviato all’associazione un’offerta importante di collaborazione con l’ufficio che si occupa di diritti umani. Il prete messicano ha gentilmente rifiutato, ha spiegato, «perché non mi sento un burocrate», mentre l’organizzazione è totalmente impegnata per la popolazione. «Oggi sono i signori della droga ad avere paura di me, non io di loro», sottolinea Solalinde, dopo che nel corso di questi diciotto anni ha subito ameno quattro tentativi di omicidio ed è andato vicino a diventare una torcia umana.
Una sensibilità, quella del prete messicano, che è nata all’improvviso, alla soglia dei sessant’anni, a testimoniare che non esiste un’età migliore e che c’è sempre la possibilità di migliorare l’età che si vive. «Ero per strada, li ho visti, questi ragazzi migranti che cercavano di entrare in Messico – spiega il prete –, e li ho visti soli, sporchi e affamati. Quindi è stato il Signore a chiamarmi e mostrare la strada per vivere dignitosamente la mia terza età». È un fiume in piena, padre Alejandro, il quale non sembra per nulla spaventato dalle continue minacce provenienti da ogni parte, e che guarda alla questione dei migranti con un occhio attento al Mediterraneo. «Le persone che migrano stanno cambiando il mondo e la mia vita. Per questo motivo io viaggio sperando che un po’ questo cambi anche la vostra e che al prossimo incontro accanto a voi sia seduto il “vostro” migrante».
Un guerriero arrabbiato che difende i diritti umani, e lo fa anche scrivendo le sue memorie, presentate nel volume “I narcos mi vogliono morto”. Libro-denuncia che il Los Angeles Times ha ampiamente recensito, definendo Solalinde come uno dei più importanti difensori dei migranti. Nelle oltre cento pagine, padre Solalinde ha raccontato una serie di esperienze personali, spiegando come la sua idea di difesa dei deboli preveda di mischiarsi a loro, seguirli nei viaggi, subire le loro stesse violenze e torture per poi, però, alzare la mano e denunciare alla stampa quanto visto. È la denuncia l’unica arma che per ora lo ha protetto dalla morte. Un esempio delle azioni dei sanguinosi narcos messicani, spiega il Prete, «sono i 43 ragazzini che qualche anno fa viaggiavano in autobus sulle montagne del Guerrero, quando vennero fermati dai narcos che in quel mezzo avevano nascosto decine di chili di droga. Per non lasciare testimoni i narcos decisero di trucidarli: tutti, senza alcuna eccezione».
Una guerra, quella combattuta dal leader dell’associazione “Hermanos en el Camino” da lui fondata già quando era in odore di Nobel, che non prevede forme di violenza. Il nuovo presidente messicano, Andres Manuel Lopez Obrador, ha ripetuto Alejandro, ha inviato all’associazione un’offerta importante di collaborazione con l’ufficio che si occupa di diritti umani. Il prete messicano ha gentilmente rifiutato, ha spiegato, «perché non mi sento un burocrate», mentre l’organizzazione è totalmente impegnata per la popolazione. «Oggi sono i signori della droga ad avere paura di me, non io di loro», sottolinea Solalinde, dopo che nel corso di questi diciotto anni ha subito ameno quattro tentativi di omicidio ed è andato vicino a diventare una torcia umana.
Una sensibilità, quella del prete messicano, che è nata all’improvviso, alla soglia dei sessant’anni, a testimoniare che non esiste un’età migliore e che c’è sempre la possibilità di migliorare l’età che si vive. «Ero per strada, li ho visti, questi ragazzi migranti che cercavano di entrare in Messico – spiega il prete –, e li ho visti soli, sporchi e affamati. Quindi è stato il Signore a chiamarmi e mostrare la strada per vivere dignitosamente la mia terza età». È un fiume in piena, padre Alejandro, il quale non sembra per nulla spaventato dalle continue minacce provenienti da ogni parte, e che guarda alla questione dei migranti con un occhio attento al Mediterraneo. «Le persone che migrano stanno cambiando il mondo e la mia vita. Per questo motivo io viaggio sperando che un po’ questo cambi anche la vostra e che al prossimo incontro accanto a voi sia seduto il “vostro” migrante».
Un guerriero arrabbiato che difende i diritti umani, e lo fa anche scrivendo le sue memorie, presentate nel volume “I narcos mi vogliono morto”. Libro-denuncia che il Los Angeles Times ha ampiamente recensito, definendo Solalinde come uno dei più importanti difensori dei migranti. Nelle oltre cento pagine, padre Solalinde ha raccontato una serie di esperienze personali, spiegando come la sua idea di difesa dei deboli preveda di mischiarsi a loro, seguirli nei viaggi, subire le loro stesse violenze e torture per poi, però, alzare la mano e denunciare alla stampa quanto visto. È la denuncia l’unica arma che per ora lo ha protetto dalla morte. Un esempio delle azioni dei sanguinosi narcos messicani, spiega il Prete, «sono i 43 ragazzini che qualche anno fa viaggiavano in autobus sulle montagne del Guerrero, quando vennero fermati dai narcos che in quel mezzo avevano nascosto decine di chili di droga. Per non lasciare testimoni i narcos decisero di trucidarli: tutti, senza alcuna eccezione».

