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MERANO. Sono passati tre anni da quel 13 novembre del 2015, quando i Ros (Raggruppamenti operativi speciali) di Roma facevano contemporaneamente irruzione in 10 appartamenti sparsi in Alto Adige, dei quali 3 nel meranese, procedendo all’arresto di 17 presunti jihadisti affiliati alla cellula terrorista “Rawti Shak”, riconducibile al suo capo spirituale, il mullah Krekar, residente in Danimarca ma sotto processo a Bolzano.
Nel maggio di quest’anno, la Cassazione ha confermato le condanne inflitte ai due jihadisti meranesi arrestati nel corso dell’operazione. Si tratta di Abdul Rahman Nauroz, all’epoca residente al civico 9 di via Castel Gatto, e del kosovaro Eldin Hodza, domiciliato in via Mainardo 66. Entrambi stanno scontando una condanna rispettivamente di 6 e 4 anni di reclusione ciascuno, anche se a breve è prevista la loro scarcerazione e la contestuale espulsione dal territorio nazionale. L’operazione di polizia investigativa che ha portato allo scioglimento della cellula jihadista meranese rappresenta ancora oggi una delle operazioni più complesse mai realizzate in Europa. Infatti la cellula meranese operava a livello transnazionale e impiegava strumentazioni tecnologiche che venivano sostituite di continuo, imponendo così agli investigatori il dispiegamento delle più sofisticate tecniche di indagine. In primo luogo, la cellula embrionale si costituisce a Merano, all’inizio del 2011, nell’abitazione di Nauroz. L’indagine degli inquirenti parte in seguito a un incontro di coordinamento tra le polizie europee avvenuto nel maggio 2011 a L’Aja, dove viene riscontrata una piena convergenza investigativa tesa “all’acquisizione di molteplici indizi dell’esistenza di una cellula jihadista meranese riferibile al mullah Krekar”.
Una serie di viaggi di Nauroz e di altri soggetti dalle apparenti limitate disponibilità economiche tra Italia, Germania, Inghilterra, Francia e diversi paesi asiatici convincono gli inquirenti italiani e tedeschi che a Merano si stia organizzando una vera e propria cellula jihadista. Nel pomeriggio dell’8 ottobre 2011, Nauroz inizia ad essere intercettato dai Ros, grazie a una serie di apparecchiature nascoste nella sua abitazione, all’esterno della quale, nascosti nel bosco, per almeno due anni si alterneranno agenti speciali che dovranno seguire gli spostamenti di Nauroz ma, soprattutto, registrare i numerosi incontri tra il sospettato e almeno una decina di membri dell’organizzazione che sono soliti frequentare il covo meranese. Un’operazione di intelligence resa particolarmente complicata per via della necessità di tradurre quasi simultaneamente le comunicazioni in lingua araba o curda dei membri della cellula jihadista e che accelera quando nel gennaio del 2012 Nauroz viene promosso ad amministratore della chatroom di «Rawti Shak», svelando i nomi degli altri componenti della cellula terroristica. Poco dopo, dalla Svizzera arrivano a Merano le armi che Nauroz sfilerà nelle comunicazioni in chat, senza sapere di essere intercettato. Le indagini subiscono un’accelerazione improvvisa al ritorno di Nauroz da un viaggio in Norvegia. Siamo nel marzo 2012 e il jihadista meranese torna nella sua abitazione di via Castel Gatto, dopo essere stato per settimane a fianco del mullah Krekar, già sospettato e condannato in precedenza per attività riconducibili alla jihad. A questo punto la cellula jihadista inizia la sua comunicazione in codice, che impone agli inquirenti un ulteriore sforzo per decriptare quasi in tempo reale il contenuto delle conversazioni e in questo modo anticipare le mosse degli intercettati. Nel frattempo, Nauroz spiega ad altri soggetti come realizzare attentati contro ambasciate. Ancora intercettato, è il 29 marzo, rende nota alle forze dell’ordine la mappa di alcuni campi di addestramento in Kurdistan e, preso da manie di grandezza, rivela ai suoi adepti una precedente appartenenza alla nota cellula «Ansar al Islam», cioè la cellula madre del terrorismo jihadista che ha colpito le capitali europee negli ultimi anni.
Il 19 maggio 2012, in una riunione in chat che si sviluppa in quattro paesi, l’inquilino di via Castel Gatto viene investito della responsabilità di costituire una cellula jihadista operativa in Italia. Insomma, si sta per passare alla fase operativa. Mentre nel luglio 2013 i Ros sono costretti a registrare una soffiata che mette in allerta la cellula meranese su possibili intercettazioni, in via Mainardo 66 un giovane kosovaro, Eldin Hodza, inizia il suo percorso di radicamento e inclusione nella cellula che tra il dicembre del 2013 e il gennaio 2014 lo porterà in Siria a combattere sul fronte jihadista. Ed è a questo punto, dopo quasi due anni di intercettazioni, che le forze investigative si rendono conto che per la sua pericolosità la cellula meranese deve essere fermata.
Nel maggio di quest’anno, la Cassazione ha confermato le condanne inflitte ai due jihadisti meranesi arrestati nel corso dell’operazione. Si tratta di Abdul Rahman Nauroz, all’epoca residente al civico 9 di via Castel Gatto, e del kosovaro Eldin Hodza, domiciliato in via Mainardo 66. Entrambi stanno scontando una condanna rispettivamente di 6 e 4 anni di reclusione ciascuno, anche se a breve è prevista la loro scarcerazione e la contestuale espulsione dal territorio nazionale. L’operazione di polizia investigativa che ha portato allo scioglimento della cellula jihadista meranese rappresenta ancora oggi una delle operazioni più complesse mai realizzate in Europa. Infatti la cellula meranese operava a livello transnazionale e impiegava strumentazioni tecnologiche che venivano sostituite di continuo, imponendo così agli investigatori il dispiegamento delle più sofisticate tecniche di indagine. In primo luogo, la cellula embrionale si costituisce a Merano, all’inizio del 2011, nell’abitazione di Nauroz. L’indagine degli inquirenti parte in seguito a un incontro di coordinamento tra le polizie europee avvenuto nel maggio 2011 a L’Aja, dove viene riscontrata una piena convergenza investigativa tesa “all’acquisizione di molteplici indizi dell’esistenza di una cellula jihadista meranese riferibile al mullah Krekar”.
Una serie di viaggi di Nauroz e di altri soggetti dalle apparenti limitate disponibilità economiche tra Italia, Germania, Inghilterra, Francia e diversi paesi asiatici convincono gli inquirenti italiani e tedeschi che a Merano si stia organizzando una vera e propria cellula jihadista. Nel pomeriggio dell’8 ottobre 2011, Nauroz inizia ad essere intercettato dai Ros, grazie a una serie di apparecchiature nascoste nella sua abitazione, all’esterno della quale, nascosti nel bosco, per almeno due anni si alterneranno agenti speciali che dovranno seguire gli spostamenti di Nauroz ma, soprattutto, registrare i numerosi incontri tra il sospettato e almeno una decina di membri dell’organizzazione che sono soliti frequentare il covo meranese. Un’operazione di intelligence resa particolarmente complicata per via della necessità di tradurre quasi simultaneamente le comunicazioni in lingua araba o curda dei membri della cellula jihadista e che accelera quando nel gennaio del 2012 Nauroz viene promosso ad amministratore della chatroom di «Rawti Shak», svelando i nomi degli altri componenti della cellula terroristica. Poco dopo, dalla Svizzera arrivano a Merano le armi che Nauroz sfilerà nelle comunicazioni in chat, senza sapere di essere intercettato. Le indagini subiscono un’accelerazione improvvisa al ritorno di Nauroz da un viaggio in Norvegia. Siamo nel marzo 2012 e il jihadista meranese torna nella sua abitazione di via Castel Gatto, dopo essere stato per settimane a fianco del mullah Krekar, già sospettato e condannato in precedenza per attività riconducibili alla jihad. A questo punto la cellula jihadista inizia la sua comunicazione in codice, che impone agli inquirenti un ulteriore sforzo per decriptare quasi in tempo reale il contenuto delle conversazioni e in questo modo anticipare le mosse degli intercettati. Nel frattempo, Nauroz spiega ad altri soggetti come realizzare attentati contro ambasciate. Ancora intercettato, è il 29 marzo, rende nota alle forze dell’ordine la mappa di alcuni campi di addestramento in Kurdistan e, preso da manie di grandezza, rivela ai suoi adepti una precedente appartenenza alla nota cellula «Ansar al Islam», cioè la cellula madre del terrorismo jihadista che ha colpito le capitali europee negli ultimi anni.
Il 19 maggio 2012, in una riunione in chat che si sviluppa in quattro paesi, l’inquilino di via Castel Gatto viene investito della responsabilità di costituire una cellula jihadista operativa in Italia. Insomma, si sta per passare alla fase operativa. Mentre nel luglio 2013 i Ros sono costretti a registrare una soffiata che mette in allerta la cellula meranese su possibili intercettazioni, in via Mainardo 66 un giovane kosovaro, Eldin Hodza, inizia il suo percorso di radicamento e inclusione nella cellula che tra il dicembre del 2013 e il gennaio 2014 lo porterà in Siria a combattere sul fronte jihadista. Ed è a questo punto, dopo quasi due anni di intercettazioni, che le forze investigative si rendono conto che per la sua pericolosità la cellula meranese deve essere fermata.


