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Merano. Personaggio noto a Merano per via della sua doppia anima che lo ha portato ad essere apprezzato musicista con il quartetto degli Aluna e motore trainante della associazione di volontariato Circle, Umberto Carrescia inizia ad occuparsi di psichiatria con la nascita di Casa Basaglia. Come progettista e coordinatore di percorsi formativi per pazienti psichiatrici finanziati dalla Comunità europea si fa le ossa e nel 2005 diventa direttore della comunità il Girasole, poi vicepresidente, quindi, dal 2016 assume la presidenza di Città Azzurra: cooperativa che gestisce i servizi psichiatrici sul territorio di Bolzano.
Umberto Carrescia, al tempo di Coronavirus, per i pazienti psichiatrici di Città Azzurra le cose sono state complicate?
Sì, c'è stato un grande lavoro di coordinamento con l'ente pubblico, perché noi siamo enti privati e devo dire che la psichiatria ha gestito bene la situazione difficile. Ad esempio, in collaborazione con la psichiatria territoriale si sono attivati tutti i servizi alternativi e come tanti altri abbiamo attivato il telelavoro che devo dire ha funzionato molto bene.
Città Azzurra in cosa consiste?
Si tratta di due comunità semiprotette e una protetta, un centro di psicoterapia e cinque appartamenti collettivi. Siamo una cooperativa di tipo A, ovvero che eroga servizi alla persona. Nata nel 1993, è una delle cooperative storiche di Bolzano che si dedica alla gestione di comunità psichiatriche con un centro di psicoterapia, psicosomatica e disturbi del comportamento alimentare, tutto in convenzione con la psichiatria territoriale. In questo periodo, seppur con difficoltà, siamo rimasti aperti con tutti i servizi.
Quanti sono i pazienti e gli operatori?
Abbiamo in carico 46 pazienti, tra tutte le comunità e appartamenti collettivi sparsi sul territorio di Bolzano. Invece, sono 18 gli operatori psichiatrici.
Avete registrato casi di positività al Covid-19?
Sì, durante il periodo pandemico abbiamo avuto tre casi positivi tra pazienti e operatori. La comunità protetta Il Girasole è quindi stata messa in quarantena per quattro settimane. Con misure ancora più restrittive rispetto a quelle già in vigore all'epoca. Quindi, per chi è stato in quarantena, niente uscite di casa e niente fare la spesa, ma obbligo di stare nella propria stanza per molto tempo.
Come avete gestito le restrizioni imposte?
Innanzitutto, hanno provocato una grande difficoltà nella gestione della socialità del paziente psichiatrico, in quanto questo è già una persona che soffre di solitudine, perché spesso gli mancano i parenti o se ci sono fanno fatica ad interessarsi al parente psichiatrico.
Un problema di socialità negata, fondamentale per la riabilitazione?
Certamente, perché mentre i percorsi riabilitativi sono tutti rivolti a garantire loro socialità, in un periodo di quarantena tutto si è fermato e bisognava lavorare per convincere i pazienti a evitare quello che per loro è esattamente riabilitativo. Non potevano uscire o avere rapporti con l'esterno, tuttavia con una eccezionale collaborazione con il servizio psichiatrico territoriale dell’Azienda sanitaria, si è evitata la contenzione. Negli spazi a disposizione, i pazienti hanno comunque potuto sostanzialmente godere della loro autonomia e non abbiamo chiuso le stanze.
Insomma, avete evitato l'adozione di misure drastiche?
Per un principio che ha guidato il primario, il dottor Andreas Conca, e la referente per il territorio, la dottoressa Monica Tonietto: non adottare nessuna misura drastica, ma concentrarsi sull’ottemperanza delle circolari e il contenimento della pandemia nel rispetto della dignità del paziente psichiatrico.
Si è aggravata la situazione clinica dei pazienti?
Sì, assolutamente, sono aumentati i disturbi d'ansia e depressivi, dovuti alla paura della malattia e di perdere la salute. Alcuni di loro, per via di patologie particolari, hanno rifiutato l'utilizzo della mascherina e dei presidi sanitari come lavaggio delle mani o distanziamento sociale e il lavoro indefesso degli operatori è stato quello di insistere per il rispetto delle precauzioni.
I pazienti comprendevano quello che stava accadendo?
Alcuni erano perfettamente coscienti, capivano la gravità della situazione, ma altri non hanno la capacità intellettiva per realizzare lo stato di una pandemia. Per loro, le conseguenze sono state irrigidimento nell'atteggiamento e forte bisogno di negoziazione sulle modalità di gestione della vita quotidiana.
Extra lavoro per lei e i suoi collaboratori, immagino?
Per questo ci tengo a fare un grandissimo encomio agli operatori in prima linea che dovevano prestare servizio sia diurno sia notturno, affrontando situazioni familiari non semplici. Ad esempio, per quanto mi riguarda sono stato reperibile h24 per buoni due mesi al fine di far fronte a tutte le richieste degli operatori, cercare di fugare dubbi, sconfiggere paure, di fronte a un periodo lungo dove i presidi erano difficili da reperire.
Anche voi alle prese con il reperimento delle mascherine?
Già. Siamo stati forniti dall’Azienda sanitaria, ma in un primo momento abbiamo dovuto arrangiarci per conto nostro, anche andando personalmente nelle farmacie a chiedere la disponibilità di dispositivi di protezione.
Umberto Carrescia, al tempo di Coronavirus, per i pazienti psichiatrici di Città Azzurra le cose sono state complicate?
Sì, c'è stato un grande lavoro di coordinamento con l'ente pubblico, perché noi siamo enti privati e devo dire che la psichiatria ha gestito bene la situazione difficile. Ad esempio, in collaborazione con la psichiatria territoriale si sono attivati tutti i servizi alternativi e come tanti altri abbiamo attivato il telelavoro che devo dire ha funzionato molto bene.
Città Azzurra in cosa consiste?
Si tratta di due comunità semiprotette e una protetta, un centro di psicoterapia e cinque appartamenti collettivi. Siamo una cooperativa di tipo A, ovvero che eroga servizi alla persona. Nata nel 1993, è una delle cooperative storiche di Bolzano che si dedica alla gestione di comunità psichiatriche con un centro di psicoterapia, psicosomatica e disturbi del comportamento alimentare, tutto in convenzione con la psichiatria territoriale. In questo periodo, seppur con difficoltà, siamo rimasti aperti con tutti i servizi.
Quanti sono i pazienti e gli operatori?
Abbiamo in carico 46 pazienti, tra tutte le comunità e appartamenti collettivi sparsi sul territorio di Bolzano. Invece, sono 18 gli operatori psichiatrici.
Avete registrato casi di positività al Covid-19?
Sì, durante il periodo pandemico abbiamo avuto tre casi positivi tra pazienti e operatori. La comunità protetta Il Girasole è quindi stata messa in quarantena per quattro settimane. Con misure ancora più restrittive rispetto a quelle già in vigore all'epoca. Quindi, per chi è stato in quarantena, niente uscite di casa e niente fare la spesa, ma obbligo di stare nella propria stanza per molto tempo.
Come avete gestito le restrizioni imposte?
Innanzitutto, hanno provocato una grande difficoltà nella gestione della socialità del paziente psichiatrico, in quanto questo è già una persona che soffre di solitudine, perché spesso gli mancano i parenti o se ci sono fanno fatica ad interessarsi al parente psichiatrico.
Un problema di socialità negata, fondamentale per la riabilitazione?
Certamente, perché mentre i percorsi riabilitativi sono tutti rivolti a garantire loro socialità, in un periodo di quarantena tutto si è fermato e bisognava lavorare per convincere i pazienti a evitare quello che per loro è esattamente riabilitativo. Non potevano uscire o avere rapporti con l'esterno, tuttavia con una eccezionale collaborazione con il servizio psichiatrico territoriale dell’Azienda sanitaria, si è evitata la contenzione. Negli spazi a disposizione, i pazienti hanno comunque potuto sostanzialmente godere della loro autonomia e non abbiamo chiuso le stanze.
Insomma, avete evitato l'adozione di misure drastiche?
Per un principio che ha guidato il primario, il dottor Andreas Conca, e la referente per il territorio, la dottoressa Monica Tonietto: non adottare nessuna misura drastica, ma concentrarsi sull’ottemperanza delle circolari e il contenimento della pandemia nel rispetto della dignità del paziente psichiatrico.
Si è aggravata la situazione clinica dei pazienti?
Sì, assolutamente, sono aumentati i disturbi d'ansia e depressivi, dovuti alla paura della malattia e di perdere la salute. Alcuni di loro, per via di patologie particolari, hanno rifiutato l'utilizzo della mascherina e dei presidi sanitari come lavaggio delle mani o distanziamento sociale e il lavoro indefesso degli operatori è stato quello di insistere per il rispetto delle precauzioni.
I pazienti comprendevano quello che stava accadendo?
Alcuni erano perfettamente coscienti, capivano la gravità della situazione, ma altri non hanno la capacità intellettiva per realizzare lo stato di una pandemia. Per loro, le conseguenze sono state irrigidimento nell'atteggiamento e forte bisogno di negoziazione sulle modalità di gestione della vita quotidiana.
Extra lavoro per lei e i suoi collaboratori, immagino?
Per questo ci tengo a fare un grandissimo encomio agli operatori in prima linea che dovevano prestare servizio sia diurno sia notturno, affrontando situazioni familiari non semplici. Ad esempio, per quanto mi riguarda sono stato reperibile h24 per buoni due mesi al fine di far fronte a tutte le richieste degli operatori, cercare di fugare dubbi, sconfiggere paure, di fronte a un periodo lungo dove i presidi erano difficili da reperire.
Anche voi alle prese con il reperimento delle mascherine?
Già. Siamo stati forniti dall’Azienda sanitaria, ma in un primo momento abbiamo dovuto arrangiarci per conto nostro, anche andando personalmente nelle farmacie a chiedere la disponibilità di dispositivi di protezione.


