Merano. «Di questo imprenditore cinese interessato ad acquisire il sito ex Solland abbiamo saputo dal giornale. E sinceramente non abbiamo alcun interesse a cedere il terreno». All’altro capo del telefono c’è Andreas Ladurner, amministratore delegato di Al Invest, l’impresa aggiudicataria dei beni residui dell’ex Solland Silicon. Una doccia fredda sugli animi di chi ieri ha sentito riaccendersi la speranza di una ripresa della produzione a seguito della notizia dell’incontro in videoconferenza tra un magnate cinese e il vice capo di Gabinetto del Mise Giorgio Sorial. A riportare Sinigo a una dimensione di concretezza interviene anche Stefano Parrichini, segretario provinciale Filctem-Cgil: «Uno scenario di rinnovata floridezza dello stabilimento farebbe piacere a chiunque, ma dobbiamo fare i conti con la realtà. Anche perché il primo interlocutore di un eventuale compratore dovrebbe essere la proprietà, non il Ministero».

Fuori tempo massimo.

La notizia di un investitore cinese «pronto a mettere sul piatto 65 milioni di euro» (così il consigliere provinciale Alessandro Urzì in una nota) arriva praticamente sul finire delle operazioni di svuotamento dei silani. Ben al di là del tempo massimo, col sito ormai aggiudicato ad Al Invest con l’asta dello scorso 10 settembre e dopo la chiusura degli strascichi giudiziari di Fri-El Hydropower.

Più indietro nel tempo, le aste andate deserte, il mancato versamento del saldo da parte di un gruppo del Qatar. Per arrivare lo scorso dicembre allo scontro tra lavoratori e Provincia a seguito dell’interessamento manifestato dalla spagnola Mb Solar. «Nel tempo di voci ne ho sentite tante – commenta Parrichini –, mi è stata recapitata pure una lettera in cui si parlava di un bonifico da 3 milioni di euro. Bonifico mai arrivato».

Il fantasma dell’esproprio.

Al di là del fatto che la procedura è blindata – come testimonia il rigetto dei quattro ricorsi di Josef Gostner – ogni eventuale interessato dovrebbe rivolgersi in prima battuta alla proprietà, verificando poi se le autorizzazioni della Provincia alla produzione industriale siano ancora in vigore e quali siano le condizioni dell’impianto. Così infatti Parrichini: «Uno svuotamento ormai sul finire potrebbe aver danneggiato i macchinari per via delle scorie residue al loro interno. Poi servirebbero persone con le adeguate competenze tecniche, e una dozzina di lavoratori ormai è stata assorbita da Memc ed Eco Center». Mentre il presidente del Consiglio cerca di evitare che capitali stranieri intervengano in territorio italiano portandosi oltreconfine le industrie, qui il consigliere Urzì (FdI) confida nella mano cinese. Come lui anche Raffaele Falasca, ex Rsa della Solland, che spiega come «la produzione resterebbe a Sinigo, ma sarebbe venduta sul mercato cinese». E se il magnate cinese si fosse rivolto al Mise confidando nella strada dell’esproprio, vista la situazione di grave crisi dell’economia in tempi di pandemia? A rispondere è il segretario di categoria della Cgil: «Non ci sono gli elementi giuridici perché un esproprio si possa operare. Anche perché tra il febbraio e il settembre del 2019 nessuno ha messo sul tavolo i soldi veri. A resuscitare spettri si rischia di dare false speranze a persone che ne hanno già passate troppe».

«L’ennesima chiacchiera».

Nel frattempo, Andreas Auer e Lukas Ladurner predispone un piano di caratterizzazione del terreno, cioè una serie di indagini in loco per valutare il livello di inquinamento del sito. Un’operazione preliminare al progetto di bonifica. Ci si chiede se cambierebbero idea e se venderebbero a un investitore che, almeno a parole, potrebbe rifonderli generosamente. «Nessuno è venuto da noi con una qualsivoglia proposta – spiega Auer –, anzi, ci sembrerebbe quantomeno strano che il Mise stipulasse accordi del genere senza contattarci. Sembra l’ennesima chiacchiera. Ad ogni modo non siamo i soli a decidere: spetta alla Provincia emettere le licenze per la produzione, e ad oggi c’è solo quella per lo svuotamento».