merano. Affluenza bassa, bassissima. Pur senza toccare il fondo come nel 1995, quando al ballottaggio tra Franz Alber e Paolo Deflorian partecipò appena il 36,7 per cento dei meranesi, stavolta appena il 46,6 ha varcato la soglia dei seggi elettorali. Non solo: con un’affluenza al 57,3 per cento, al primo turno Merano si è guadagnata la seconda maglia nera della provincia, posizionandosi appena sopra Tubre. Valori positivi solo nel 2000, quando la gara fu tra Alber ed Eugenio Aprile. Perché i dati sono così bassi? Abbiamo ragione di ritenerli sconfortanti? E gli astenuti godono del diritto di critica dell’operato di un governo scelto da altri? Per trovare una risposta ci siamo rivolti a Francesco Palermo, ordinario di Diritto costituzionale comparato all’Università di Verona, direttore dell’Istituto di studi federali comparati dell’Eurac ed ex senatore.

Professore, si può fare un identikit di chi si astiene dal voto?

No, ma possiamo considerare che normalmente l’aumento dell’astensione è conseguenza di una disaffezione all’offerta politica: chi si astiene è chi tra le forze in campo non trova riscontro alle proprie idee. Solitamente sono tre le categorie degli elettori che si presentano alle urne. Innanzitutto i sono i militanti a vario titolo. Ci sono le persone “politicamente interessate”, cioè coloro che partecipano agli eventi della comunità o che leggono i quotidiani, ahimè in prevalenza più anziani della media. Infine, ma questo è rilevante nei contesti piccoli, gli amici e i parenti dei candidati.

Significa che serve un’ulteriore frammentazione per rispondere alla domanda dell’elettorato?

La differenza la fa il livello per il quale si vota: prendiamo per esempio l’unione di Civica e Alleanza per Merano, impensabile in sede di elezioni politiche, ma sensata sul piano comunale, pragmatico.

Si può parlare di un’assenza di alternative nel mondo di lingua tedesca, di una varietà inibita da un Sammelpartei che al suo interno già comprende più correnti?

Non direi. Se una volta c’era solo la Svp, un catch-all party (partito pigliatutto, ndr), oggi abbiamo una diversificazione importante. Abbiamo il Team K, i Verdi, per esempio. E le destre tedesche, che a Bolzano non si presentano per ragioni di compattamento etnico, mentre a Merano propongono candidati sindaco propri. Ma sempre meno che nel mondo italiano, dove la diversificazione diventa frammentazione.

O si appunta sulla questione etnica. Non è che gli elettori si aspettavano una campagna centrata sui temi e sulle idee o una definizione dell’area politica delle liste in corsa?

Direi che la questione etnica ha stancato: oggi ci sono persone di madrelingua italiana che votano per partiti dell’area tedesca e viceversa. Anzi, nel mondo tedesco chi vuole il voto etnico si sposta verso destra, mentre chi vuole rompere con la logica storica territoriale vota Verdi o Team K. La Svp ha superato la questione, è lì in mezzo al guado. Il vero nocciolo della questione è l’identità politica della Volkspartei, che deve operare un chiarimento in questa direzione.

Una linea politica che il partito non sa dare agli elettori?

Forse dire così è eccessivo. È che questa linea politica viene meno quando si tratta dell’aspetto etnico, fatto che trovo positivo.

La giunta appena decaduta ha introdotto a Merano i processi partecipativi. Quanto funzionano l’educazione e l’invito alla partecipazione?

La partecipazione ha una serie di pregi e di difetti. Nel breve termine, il difetto principale è che può essere vista come una sorta di imposizione, come un atto top-down destinato a un circolo ristretto di “convertiti”, cioè di chi all’assemblea o al gruppo di lavoro avrebbe partecipato comunque. Ma è l’unico modo per attivare meccanismi virtuosi. C’è anche una seconda questione, quella del significato della partecipazione: momenti di incontro civico servono soprattutto dove la partecipazione al voto è minore, perché permettono alla popolazione di essere coinvolta nelle decisioni. E poi le assemblee civiche sono molto più frequenti delle elezioni, che si fanno a distanza di anni l’una dall’altra. Un’aumentata affluenza al voto semmai può essere la conseguenza, ma non il fine.

Qui torna la questione dei comitati di quartiere: l’ex vicesindaco Andrea Rossi li ha promossi rispetto alle circoscrizioni perché meno legati a una maggioranza politica.

Vero, perché i comitati sono forme partecipative che permettono di stare al di fuori della dialettica tra maggioranza e minoranza. In un contesto piccolo come Merano non hanno senso le circoscrizioni, cioè riproduzioni del consiglio comunale.

Un candidato di peso ha detto che per portare i giovani ad attivarsi politicamente si dovrebbe semplificare la macchina amministrativa. Lei che cosa dice?

Se la semplificazione è comunicativa sono d’accordo, perché la comunicazione serve a rendere digeribili temi più complessi. Se invece riguarda i meccanismi la cosa si fa più problematica, perché la società è complessa e la risposta non può essere la banalizzazione. Insomma, la semplificazione non deve significare che tutte le decisioni passano in capo a un gruppo ristretto di persone, che poi è anche la logica dell’ultimo referendum.

Durante la campagna elettorale, in materia di astensionismo è stato detto: «Che gli astenuti non si lamentino dopo». Chi si astiene mantiene il diritto di critica?

Certo, l’astensione è una questione etica dei singoli, e il diritto di critica è connesso al diritto di cittadinanza. La partecipazione non passa solo attraverso il voto alle elezioni. Non demonizzerei l’astensione dal voto, ma la non partecipazione civica, quella sì.

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