Merano. La commissione comunale per le pari opportunità emerge da un silenzio durato otto mesi e si fa sentire. Forte e chiara, scossa dall’affastellarsi convulso di episodi di violenza di genere che però sono soltanto la drammatica coda di una cultura intera. Soprattutto dal presunto tentato stupro tra porta Passiria e la passeggiata Tappeiner sul quale i carabinieri indagano.

Le nove della commissione – le due assessore, le sette consigliere – danno una lettura della cultura della violenza tanto lucida da ridimensionare finalmente il valore delle piccole manifestazioni e dei flashmob che costellano l’anno meranese: «importanti, sì, ma bisogna anche lavorare coi bambini, che fin dalla culla imparano che la bambina è bella e il maschietto è forte», dichiarano in una nota. E parlano chiaramente della necessità di implementare l’educazione sessuale e affettiva, di destre che «seminano il terrore di un’inesistente teoria gender», della colpevolizzazione delle vittime.

Un numero, un nome.

La nota prende le mosse da alcuni dati. Innanzitutto i quattro femminicidi in Alto Adige nel 2018: Monika Gruber, Nicoleta Caciula, Rita Pissarotti, Alexandra Riffeser. In Italia sono state più di cento, una ogni 60 ore. Secondo i dati Istat, solo 14,2 per cento delle donne che hanno subito violenza sporgono denuncia. Il resto è sommerso, complice quell’omertà del personale sanitario di soccorso dichiarata da una vittima su tre. La commissione mette l’accento sulla falsità delle narrazioni volte a seminare odio razziale: l’80 per cento degli stupri è stato commesso da cittadini italiani, spesso partner o parenti.

La forza delle parole.

A scrivere il comunicato, si vede, è la mano di qualcuno che su di sé ha sentito il peso di uno sguardo per strada, di un apprezzamento o di una presa in giro, il peso di una sorella, di una madre o di una figlia ferite, il peso dell’ennesima notizia funesta al telegiornale. Per questo i toni non possono restare quelli morbidi dell’addomesticamento cui le donne vengono sottoposte fin dalla nascita. «Queste azioni – così infatti la nota – sono il frutto di una cultura misogina e violenta, di adolescenti imbibiti di video pornografici in cui la donna viene stuprata dal branco, come fosse normale. In cui il sesso è solo sopraffazione».

Educazione all’affettività.

«Bisogna prendere provvedimenti seri, occuparci seriamente del tema, che non si esaurisce in un fatto di cronaca, ma in un atteggiamento culturale da correggere: la prevaricazione è una questione culturale, non psicopatologica». Detto questo, la commissione passa alle proposte per le amministrazioni. «L’educazione di genere (niente a che vedere con l’inesistente “teoria del gender”, falsità inventata per delegittimare gli studi di genere) dovrebbe partire fin dalle scuole materne, coinvolgendo genitori ed educatori uomini che possano proporre anche modelli alternativi. Dobbiamo smetterla di avere paura del sesso, perché anche il tabù sulla sessualità ha permesso lo sviluppo di una sub-cultura maschilista secondo la quale le donne l’atto sessuale lo devono subire e che ha generato una sorta di “cultura dello stupro”. Oltre a chiedere a gran voce che ci siano condanne ferme e durissime per chi commetta violenza, dobbiamo insegnare ai ragazzi e alle ragazze che il sesso non è un obbligo, che il rapporto sessuale deve essere un atto rispettoso e consensuale. E soprattutto dobbiamo insegnare ai ragazzi e alle ragazze, anzi, già ai bambini e alle bambine che “no significa no”, che l’amore si fa in due, che le donne non sono territori o oggetti da “conquistare” o possedere. Riteniamo fondamentale esprimerci per stigmatizzare questi accadimenti, ma anche per invitare tutti, Amministrazione e Comunità, a promuovere e sostenere iniziative concrete per prevenirli e ad impegnarsi sui temi della legalità, della non violenza, del rispetto delle persone - tutte -, sui temi dell’equità e della valorizzazione delle diversità».