Merano. Una casa per tutta la comunità. Un punto di irradiazione di una cultura ricchissima. E un telaio per l’irrobustimento di rapporti economici assai proficui. L’associazione Borodina qualifica così la propria mission, il proprio agire nel territorio. A coronare decenni di trattative è arrivata la recentissima concessione trentennale – per ora solo sulla parola dell’assessore provinciale Massimo Bessone – dell’utilizzo della superficie dello Zarenbrunn, l’elegante complesso di via Schaffer. Grazie ai 3,5 milioni stanziati dalla città di Mosca, naturalmente. Ma che cosa se ne farà, l’associazione, di villa Petersburg (o Borodina), di villa Katharina e della casa del custode? E perché un investimento così generoso dalla Russia? «Per ora aspettiamo che l’iter amministrativo per la messa a punto dell’accordo prenda il via – anticipa Lukas Pichler, direttore del Centro russo Borodina –. Poi se ne parlerà con tutti i nostri interlocutori. Resta punto fermo la vocazione culturale dell’associazione».

Le prospettive di utilizzo.

Lo scorso 3 marzo Bessone ha fatto sapere con una nota stampa di aver “portato in giunta provinciale un promemoria che prevede la concessione gratuita alla Città di Mosca degli immobili per una durata di 30 anni. Come controprestazione la Città di Mosca provvederà a proprie spese alla ristrutturazione e alla manutenzione degli edifici per un importo di 3,5 milioni di euro”. Nella stessa nota l’assessore al patrimonio segnalava di essersi “opposto alle intenzioni del Comune di Merano e del sociale della Provincia di destinare le due ville a migranti e senzatetto”. Una direzione sociale figurava anche tra le prime proposte da candidato sindaco (per i Freiheitlichen) Peter Enz, che pochi giorni prima aveva proposto di destinare villa Katharina all’alloggiamento di lavoratori e lavoratrici provenienti dall’Est. Una prospettiva realistica? «Non sono io a decidere. È la Federazione a pagare, quindi faremo riferimento alla Russia», risponde Pichler. «Ma come direttore mi sono permesso di chiedere al vicesindaco di Mosca Sergey Cheremin, presidente dell’associazione Borodina, se sarà possibile un’apertura anche a chi non sia propriamente russo. E sì, ci sarà». Non ci si riferisce solo a chi proviene dai paesi ex Urss o dell’impero russo ai tempi della nobildonna Nadezhda Ivanovna Borodina, morta nel 1889, bensì a tutti coloro che ne avranno piacere.

Soci, mission e investimenti.

Va chiarito chi siano, oggi, i soci della Borodina. Per Mosca c’è il già citato Cheremin, con la vicepresidenza dell’associazione assegnata a Petr Gladkov (presidente a sua volta del “Centro per la cooperazione umanitaria ed economica con la diaspora russa nel mondo”). Per la Provincia c’è Theo Dipoli, delegato di Kompatscher. Per il Comune, il sindaco Paul Rösch. Delegato della Camera di Commercio di Bolzano, Oswald Eller.

È la proiezione di ciò che l’associazione vuole essere per la comunità russa, per i meranesi e per l’imprenditoria. Così infatti Pichler: «La Borodina è la base organizzativa cui possono fare affidamento tutti coloro che cerchino un appoggio all’interno del territorio provinciale, permettendo inoltre una semplificazione della comunicazione con Mosca, Provincia, Camera di Commercio e Comune. Il nostro primo compito è di essere una casa per la comunità russa altoatesina. Poi c’è il coinvolgimento della popolazione locale: per esempio, Rösch ci ha chiesto di mettere in giardino tavoli per gli scacchi, per creare un’occasione d’incontro. Avevamo anche organizzato una serie di iniziative con ottimi artisti russi, ma il coronavirus ha fermato tutto. Insomma cerchiamo di portare a Merano il meglio della Russia. Terzo aspetto, quello di polo per i contatti finanziari e commerciali tra imprenditori altoatesini e imprenditori russi, che qui possono visitare la città, conoscere le sue bellezze, apprezzare il nostro territorio». Ma perché Mosca ha deciso di destinare 3,5 milioni di euro a Merano? «Centri russi come il nostro sono rarissimi. In Italia oltre che qui ce ne sono in Puglia, a Milano, a Roma, e nel mondo è altrettanto raro che possano vantare una storia pregevole come quella del centro meranese». S.M.