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BOLZANO. Ivo Muser aveva un nonno. Si chiamava Alcide, da parte di mamma. Per anni, Alcide ha lavorato nella Trento-Malè che era una ferrovia di quelle antiche, che facevano percorsi curiosi, fermandosi all’ombra di ogni campanile e scorrendo lungo campagne di valli ancora quiete. La prendeva a Mezzolombardo, mano nella mano con la nonna e poi via, verso la val di Non e quella di Sole, costeggiando il Noce. «Me li ricordo ancora, non so se in ordine e uno per uno, quei paesini. Li faceva tutti quel trenino: Dermulo, Tassullo, Mezzana»: li elenca, oggi che è vescovo della diocesi di Bolzano e Bressanone, come si pronunciano nomi esotici, che arrivano da chissà che luogo lontano nel mondo. «Lo erano, per me bambino» dice, mentre si rivede su quei vagoni in cerca di avventure.
Le prime estati erano in Trentino, lui di Brunico e cresciuto a Gais. Merito di una zia, Ilda. «La mia prima vacanza via da casa? A Mezzolombardo, avrò avuto quattro anni, da lei»: ora è tutto così vicino ma allora, per un bambino che aveva appena iniziato a camminare per i fatti suoi, una trasferta da togliere il fiato. Unica certezza, i racconti della nonna. Sapeva che sarebbero arrivate quelle favole che sembravano vere, così tanto ricche di particolari che ancor oggi, da vescovo che ha visto il mondo, si chiede come faceva a mischiare il reale all’immaginato con così tanta perizia.
Che dice, eminenza, erano vere?
Sa che ancora non so fino a quanto? Li ricordo come fosse oggi, quei racconti. Stava ore con me e io ore a pendere dalle sue labbra. Penso di aver allenato la fantasia già così, in quei giorni di vacanza.
La prima?
Prima in assoluto. Non avevo neppure indiziato le elementari. Papà Giovanni e mamma Luisa mi mandavano a Mezzolombardo, dagli zii, contando che sarei stato bene. E soprattutto al sicuro.
Sempre lì da piccolo?
Beh, no. Ad un certo punto ho visto il mare.
E quel mare quando è arrivato?
Mi faccia pensare… Avrò avuto sette anni non di più. E siamo finiti a Riccione. Una spiaggia che non finiva più, le onde, io dentro l’acqua per la prima volta. E le zie a guardarmi. Mia mamma aveva quattro sorelle, non c’era pericolo che mi abbandonassero.
Prima messa?
Quella vera, insomma, già un po’ partecipata è stata da chierichetto. Ero già cresciuto e lì, a pensarci oggi, è iniziato qualcosa.
Del tipo?
Mi viene in mente che quando la mamma mi chiedeva: Ivo che vuoi fare da grande? Io invariabilmente gli dicevo: il parroco.
Sul serio?
Non so se si può considerare una chiamata precoce ma mi vedevo a fare quello che faceva il sacerdote in chiesa.
Era preso da che cosa?
Dalla ritualità. I canti, i paramenti, la certezza che lì dentro non mi poteva accadere nulla di male. Chissà, sarà stata la vicinanza all’altare che ho iniziato a vedere fin da piccolo così in primo piano, mentre gli altri erano lontano, sui banchi.
Scuole?
Elementari a Gais, poi il liceo Classico a Brunico e infine il seminario a Innsbruck. Mi era sembrato il giusto percorso. Così, senza forzature, ne indicazioni da parte degli adulti. Una cosa subito mia.
Tempo libero?
La domenica. Ho avuto sempre la sensazione che fosse un giorno diverso da tutti, col suo tempo rallentato, il pasto che poteva prolungarsi. C’era come l’idea che ci fosse uno schema pregresso in questa scansione dei giorni e che la domenica venisse a trovarci e a dirci: adesso si fa altro. Penso che avesse, tutto questo, un significato preciso.
Cosa ama di più tra le nostre feste?
Di sicuro la Pasqua.
Non ha dubbi? No. Penso sia il fatto che c’è un lungo percorso per arrivarci, dove ogni giorno che la precede ha un ruolo nell’arrivarci bene. Le Palme, il venerdì santo e tutto il resto.
Non il Natale?
Ma certo, non scherziamo. Come anche il nostro Corpus Domini. Ma chissà perché, fin da piccolo e in casa coi miei, era la Pasqua il momento di festa più atteso. Sarà che preannuncia la primavera…
A proposito di bella stagione, quando è cresciuto, è diventato adulto, quali mete?
Uno dei primi viaggi, che ricorderò per sempre, il Messico. In lungo e in largo. Istigato dagli studenti messicani in seminario e alla Gregoriana, a Roma.
Poi?
Porto nel cuore Istanbul. Una emozione vera guardare le antiche basiliche romane e bizantine diventate moschee, star dentro questo incrocio mai concluso tra Occidente e Oriente. Ma probabilmente, era un viatico per i luoghi che ho visitato più a lungo negli anni.
Sarebbero?
La Terra Santa. Soprattutto Gerusalemme. Ci sono stato 15 volte.
C’è una ragione, oltre naturalmente la fede?
Si respira tutto quello che siamo. L’ebraicità di Gesù, i suoi riti legati al suo popolo e poi l’arrivo del cristianesimo che si innesta in questo flusso di rivelazioni. Certo, si respira anche una città ferita da mille tensioni e conflitti ma non perde nulla della sua misteriosa unicità. Un luogo che non ha eguali.
E oltre?
Naturalmente l’Italia. Non c’è Paese con tale varietà di storia, di storie, ma anche di culture e, naturalmente, di cibo. Ogni regione diverso.
C’è un luogo, anche da studente che le è rimasto nel cuore?
Roma. Ci ho vissuto quattro anni, alla Gregoriana. Non si smette di vederla, di scoprire cose mai ancora viste, non basterebbe una vita. Il periodo più bello della mia vita.
Perché?
C’era la certezza di essere sulla strada giusta ma senza ancora tutte le responsabilità che sarebbero arrivate dopo.
Qual è l’eredità di quel periodo?
La dimensione globale della Chiesa.
Che significa?
Al seminario di Innsbruck eravamo in 85 studenti da tanti Paesi ma a Roma, alla Gregoriana, si era con centinaia di seminaristi che venivano da 113 nazioni.
Centotredici?
Ebbene sì. A volte non ci rendiamo conto dell’internazionalità della nostra Chiesa, della sua dimensione. La pensiamo qui, in Alto Adige, oppure in Italia e già ci fa dire tanto del suo ruolo. Ma la sua presenza è ovunque, raccoglie una infinità di culture e tutte le accoglie come in un grande abbraccio. Che però offre il senso di una missione sconfinata.
E adesso, il tempo libero?
Un po’ in montagna, ma soprattutto lo dedico all’incontro con le persone. C’è sempre qualcuno che vuol dirmi qualcosa, o io che gli voglio parlare. E non c’è mai tempo quando si lavora.
Prossimo viaggio?
Mi aspetta il Perù. Abbiamo tanti progetti nelle missioni laggiù (il vescovo è partito il 16 agosto, per l’America latina, ndr).
(nella foto, monsignor Muser in vetta tra il decano di Egna Martin Schweiggl e il rettore del Seminario Markus Moling, a destra)


