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BOLZANO. Nella terra che ha probabilmente il più alto tasso di rispetto delle minoranze succede questo: «Ci sono decine di ragazzi sinti che per trovar lavoro negano la propria identità». Accade ogni giorno, in tanti colloqui. «È una sconfitta per loro ma anche per la società» dice Dijana Pavlovic.
Nel mentre, più di 500 appartenenti a una delle comunità etniche più antiche d'Europa vive in Alto Adige in modo stabile. Pochi altri vanno e vengono invece, fedeli alla propria tradizione nomadica. E la gente di qui? «Ci guarda sempre malino, anche se a Bolzano, devo ammetterlo va molto meglio che altrove» aggiunge Radames Gabrielli, a capo dell'associazione Nevo Drom. D'altronde, le statistiche non mentono quando si tratta di queste cose: più del 75% degli italiani ha un giudizio discriminante nei confronti di quelli che molti ancora chiamano «gli zingari». E uguale anche in tedesco.
Pavlovic è a capo del movimento nazionale Kethane che combatte ogni giorno episodi di razzismo più o meno velato nei confronti di sinti e rom. «Pensi che per 500 anni in Romania eravamo semplicemente schiavi», ricorda. Lei è arrivata in sala di rappresentanza del Comune per una mattinata dal titolo: «Discriminazioni, dialoghi a più voci». E le voci sono state molte. Come quella di Priska Garbin, del. Centro bolzanino tutela contro le discriminazioni.
Da lei sono giunti i racconti sui tanti giovani sinti che, di fronte alla domanda "chi sei?" durante un colloquio per avere un posto di lavoro hanno preferito glissare. Far finta di non aver sentito o, nella maggioranza dei casi, evitare di raccontare delle proprie origini e della propria identità. La diversità storica pesa ancora. Non più con leggi dello Stato palesemente discriminatorie, come fino a ieri accadeva anche in Paesi come quelli scandinavi. Senza parlare dell'oscurato olocausto degli Zigeuner.
Tutt'ora, non ancora citato né riconosciuto. Un incidente della storia lo sterminio di centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini. Stanno anche qui, in una mancata rilettura del nostro passato europeo, tanti dei problemi che la comunità vive ancora in questi nostri giorni.
«È sempre difficile conciliare l'uguaglianza con la diversità» spiega Pavlovic. Che non ha mancato di ricordare i tanti aspetti del mondo sinto che collidono con quello occidentale: la mancanza di uno Stato proprio, di un esercito, della cultura orale di fronte a quella scritta, della non sedentarietà contrapposta alla libertà di essere ovunque, dell'assenza di una religione univoca.
«Ma a Bolzano hanno trovato un contesto molto più civile» aggiunge l'attivista. «Molti di noi vivono ormai in appartamenti - racconta Gabrielli - ma alcuni, come me, in microaree. La mia è in viale Trento ma può accedervi solo la mia famiglia».


