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BOLZANO. «Le famiglie di Isola Capo Rizzuto, in particolare gli Arena, che ora sono coinvolti nell'inchiesta su Bolzano, diedero mandato ad un loro consulente di esplorare il mercato del bitcoin non appena fu creata la criptovaluta. Nel 2013 ingaggiarono degli hacker per violare i sistemi di sicurezza del porto di Anversa. Un paio di anni dopo si avvalsero di altri tre hacker in Romania per drenare denaro attraverso il phishing (un tipo di truffa su internet, ndr). Recentemente gli inquirenti hanno scoperto che un professionista informatico è andato a lavorare per conto della famiglia Megna, in una frazione di Crotone, per investire grosse quantità di denaro attraverso piattaforme clandestine di trading. Oggi i clan si sono trasformati e possiamo sconfiggerli solo con gli algoritmi e l'intelligenza artificiale. Per quanto fosse bello, non è più pensabile indagare con i bigliettini e le foto attaccate alla parete come accade nei film».
A parlare è Antonio Nicaso, fidato braccio destro del procuratore del Tribunale di Napoli, Nicola Gratteri, con cui ha scritto una decina di libri tradotti in varie parti del mondo. Sessantuno anni, nato a Caulonia in provincia di Reggio Calabria, Nicaso è considerato uno dei massimi esperti di criminalità organizzata a livello internazionale.
Oltre ad essere studioso e giornalista, è anche docente alla Queen's University di Kingston, in Canada, dove insegna la storia e l'evoluzione dei gruppi criminali. Le mafie, al pari dei virus, mutano in continuazione, si adattano ai cambiamenti dell'organismo sociale che le ospita. Ed è ormai anacronistico, come abbiamo visto in questi giorni, parlare solo della Calabria quando si tratta di 'ndrangheta.
Le infiltrazioni si sono radicate nel profondo nord, arrivando sino in Alto Adige. Martedì all'alba i Ros, guidati dalle Direzioni distrettuali antimafia di Catanzaro, Trento e Venezia, hanno eseguito 17 arresti in tutta Italia, di cui tre nella piccola frazione di Laghetti, a Egna. L'accusa è di far parte di un'associazione di tipo 'ndranghetistico. Contestati anche i reati di estorsione, usura e reati in materia di armi, tutti con l'aggravante mafiosa.
Risultano tutt'ora in corso sequestri di beni per circa 50 milioni di euro nei confronti di nove persone, e delle società a loro riconducibili, in varie parti d'Italia, oltre che in Svizzera.Nel mirino degli inquirenti c'è soprattutto Luigi Masciari, 44 anni, attualmente in carcere a Trento: l'imprenditore avrebbe costruito un ponte economico tra la 'ndrina di Isola Capo Rizzuto e l'Alto Adige attraverso delle iniziative di natura economica illecita.
Da un decennio vive assieme alla moglie (anche lei arrestata) a Egna, dove ufficialmente risulta amministratore delegato della ditta edile "Baugino": «Non è certo una strategia nuova, quella di spostarsi in zone ricche dove è molto semplice mimetizzarsi - aggiunge Antonio Nicaso -. Non mi sorprende affatto, è qualcosa che i clan fanno da tempo.
L'infiltrazione della famiglia Lo Presti nella pubblica amministrazione, ad esempio, portò nel 1995 allo scioglimento del consiglio comunale di Bardonecchia, dove il clan si inserì investendo nell'edilizia e nella gestione della manodopera a basso costo».
Nel frattempo le modalità con cui i gruppi criminali agiscono sono cambiate radicalmente: «Nella recente operazione bolzanina - sottolinea l'esperto - è emersa la vendita di società appena create attraverso l'uso di chiavette Usb, il che rende complicatissima l'individuazione dei titolari. Non facevano altro che utilizzare un sistema di compensazione tra debiti erariali e crediti fittizi. Un settore specifico in cui i clan del crotonese si sono sempre dimostrati molto esperti. Parliamo di un sistema di false fatturazioni che, attraverso l'uso di consulenti, ha permesso di arricchire l'associazione».
Per Nicaso è necessario «svecchiare i vecchi protocolli investigativi» e affidarsi, come accade quasi esclusivamente per la Procura di Trento, ad algoritmi e intelligenza artificiale. «Solo in questo modo - conclude - è possibile intercettare in anticipo l'orientamento dei clan, che si stanno muovendo sempre di più verso il dark web: un mondo virtuale in cui comprano armi, droga e tanto altro. Ad esempio ingaggiano pirati informatici e ingegneri chimici per cambiare la struttura molecolare delle sostanze utilizzate per produrre droghe sintetiche. Devo ammettere che l'azione di contrasto in Italia si sta muovendo con un leggero ritardo. Le mafie, da sempre, hanno questa grande capacità di reinventarsi e aggiornarsi. L'inchiesta su Bolzano ne è l'ennesima conferma. Bisogna restare al passo».


