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BOLZANO. «Il patentino? Un incubo. L'ho rifatto nove volte. Alla fine l'ho conquistato». E adesso? «Va rifondato. Mancano medici e infermieri. Il comparto sanità è "il problema" e va affrontato con regole sue, specifiche. E si continua a parlare di tedesco quando anche in corsia si usa soprattutto il dialetto. Poi per tanti colleghi, come per me, basterebbe un B2, al posto del C1. Altra questione fondamentale è quella di un test che dovrebbe abbracciare il linguaggio specialistico clinico (microlingua) con una commissione tecnica, composta di medici. In grado di comprendere e valutare tutto ciò che davvero è necessario sapere».
Bruno Fattor, medico, 66 anni, responsabile del servizio diabetologico del San Maurizio, su richiesta dell'AltoAdige dopo una sua lettera al giornale del 4 agosto scorso, parla di bilinguismo e propone soluzioni sul campo. L'inchiesta sui 1.700 (presunti) falsi certificati ha infatti riaperto il dibattito. Pur ribadendone il valore come pilastro dell'Autonomia, Ordine dei medici (presidente Astrid Marsoner) e sindacato Bsk (segretario Ivano Simioni) hanno appena chiesto una riforma dell'esame: «Va calibrato sulle esigenze delle professioni. Servono prove legate al lavoro, non nozioni astratte».
Dottore, Lei cosa ne pensa?
Che hanno ragione. Ho iniziato la carriera all'inizio degli anni '90, al vecchio ospedale di Merano, finalmente col patentino, dopo 9 tentativi e innumerevoli lezioni con la mitica professoressa Doga, che mi aveva iniziato ai misteri del trapassato remoto e del futuro anteriore, perfettamente inutili nella pratica clinica. A Merano convergeva allora un'utenza della bassa Venosta, della Passiria e della val d'Ultimo, e ben presto mi sono accorto che le desinenze non esistevano, che il verbo poteva stare in fondo o in mezzo o all'inizio della frase, ma che soprattutto il vocabolario medico andava totalmente rivisto.
Il dialetto dunque impattava, ma impatta anche ora?
Certo. E la questione è troppo spesso sottovalutata. Ai tempi il Bauer era mortificato se non mi capiva o non riusciva a spiegarsi in modo che io capissi, mentre recentemente l'utilizzo del dialetto pare avere assunto una coloritura prevalentemente identitaria, o politica. Mi aveva colpito molto il famoso manifesto di Südtiroler Freiheit "Il medico non sapeva il tedesco" con la foto di un cadavere con un cartellino appeso al dito. Quando ho letto quel "manifesto" ho subito pensato che meglio era sostituire "tedesco" con "dialetto", infatti se l'incomunicabilità può determinare un esito fatale, ciò può avvenire nella nostra realtà solo in casi di urgenza/emergenza, mentre in situazioni cliniche più ordinarie tra Hochdeutsch, dialetto e perché no italiano se ne viene fuori, e anche bene. In provincia di Bolzano la conoscenza della lingua tedesca è certamente imprescindibile, ma lo è altrettanto un cambio di paradigma culturale radicale da parte del mondo sudtirolese.
Cosa intende?
Che si può essere fieri del proprio dialetto da conservare in un contesto "privato" di vita sociale, mentre nella vita professionale o nei rapporti con qualsivoglia "istituzione" c'è bisogno di lingue scolastiche "ufficiali", per l'italiano ci siamo, per il tedesco meno.
Lo dico in base a mie personali osservazioni. Ad esempio quando chiedo ai sudtirolesi di parlare in Hochdeutsch durante le visite in presenza di studenti provenienti dalla Germania (che se non bavaresi non capiscono il nostro dialetto locale) compaiono spesso grandi difficoltà, nonostante un grado di scolarizzazione migliore di quello dell'Ultner Bauer di 40 anni fa, e sovente vi è la necessità da parte di un Walsche (io) di "tradurre" in tedesco ufficiale. Succede anche che quando il paziente percepisce una certa mia personale residua difficoltà a comprendere certe parti del discorso (quando si esula dall'ambito medico), lo stesso passi a parlare italiano (spesso con buoni risultati) piuttosto che tedesco. Quindi per dare una reale dignità (e non solo di facciata) alla indispensabile conoscenza del tedesco, va a parer mio fatto qualche sforzo anche da parte sudtirolese, ma è l'impressione di un lavoratore "sul campo" che non ha le competenze né il diritto di dare consigli nell'ambito ad esempio del sistema scolastico.
Il comparto sanità è "il problema" - dice Fattor - e va affrontato con regole sue specifiche. Come già espresso da altri colleghi può essere considerato per i medici sufficiente un certificato di tedesco generale, livello B2. Tale livello consente una adeguata comprensione, per eventuali altre necessità (come la produzione di referti scritti) gli attuali sistemi di traduzione che usano l'intelligenza artificiale hanno ormai raggiunto livelli professionalmente ineccepibili. Quello che manca rispetto alle competenze linguistiche richieste ad esempio in Germania è un Fachsprachprüfung (test di linguaggio specialistico medico - microlingua), che reputo fondamentale. E poi le commissioni giudicanti tecniche devono essere composte da medici perché solo chi ha una reale confidenza con la pratica clinica può valutare l'adeguatezza dei candidati. Si potrebbe poi considerare l'istituzione di una figura ufficiale di mediatore linguistico italiano-tedesco-dialetti (uso il plurale non a caso), di reparto, o di piano, di servizio, di dipartimento ecc. Entro quindi nel mio specifico: per il diabete gestazionale circa il 70% delle pazienti necessita di una mediazione in hurdu, arabo o curdo, che forniamo e non vedo alcun impedimento a offrire anche a pazienti sudtirolesi in difficoltà linguistica (veramente pochi) e/o a medici e infermieri con uguali problemi un tale ausilio.


