BOLZANO. «Ho messo piede a Bolzano a 4 mesi...». Lui, la prima volta, i suoi genitori invece no, per loro era un ritorno. «Mio papà era un optante», racconta oggi Peter Larcher, eterna maglietta da tennis addosso, sguardo mobile, come se stesse per ricevere il servizio di un avversario senza sapere da che parte sarebbe arrivata la pallina. Succedeva così nella città del dopoguerra, ancora percorsa da ferite che avevano scavato solchi ma con l'idea che tutto potesse ricominciare. E farlo meglio che non in passato. Il tennis, ad esempio. Oppure un parco. Quei decenni sospesi tra pace e guerra avevano lasciato in eredità un palazzo, il Ducale, e i suoi prati, dove il duca di Pistoia, che lo aveva ricevuto dal re come residenza, un giorno si era alzato e si era detto: manca un campo per giocarci qui. Rigorosamente in terra rossa. Lo fece. È anche dentro queste mura, che oggi proteggono il Commissariato del governo, che la Bolzano che aveva deciso di tornare a vivere si era messa a giocare a tennis. Qui, e anche poco distante, a Gries, in via Knoller. Peter Larcher conosce vita, morte e miracoli di questa estensione naturale del palazzo. Sempre a girarci intorno e a tirar palline. Sa che nel '69 arrivò il Comune, trattò con la prefettura e riuscì a prendersi i campi, per poi concederli ai propri dipendenti. A Bolzano questo luogo viene chiamato, per comodità - e per distinguerlo dall'altro Tennis Club vicino - "Tennis Ducale". In realtà è, ufficialmente, il Tennis club Comune di Bolzano. Nel senso che l'amministrazione lo ha in mano e ne ha fatto, prima, una sua estensione per il tempo libero e poi, spazio per farci di tutto pur che sia tennis. Adesso, e da molti anni, Larcher è il suo presidente. A proposito di presenze dirigenziali importanti lì, basti dire che chi lo ha preceduto nella carica si chiamava Gildo Spagnolli, papà di Gigi e gran maestro della Giardineria comunale, di cui il "Ducale" è in fondo una estensione.

Il bello è che Larcher non ha avuto solo la ventura di farlo crescere aumentandone soci e frequentatori, ma anche di viverne l'ultimo, clamoroso, successo: la pur molto competitiva squadra femminile di C che, nelle ultime finali nazionali, è riuscita a strappare la promozione in B2. Mai successo. Un gran risultato.

E lei, presidente?

Felice. Ma ammetto che prima o poi me lo aspettavo. Sono forti, le nostre ragazze. Già un anno fa avevano sfiorato il risultato. Bene, benissimo.

E adesso?

Ho già i miei pensieri.

Perché?

Fare la B non sarà uno scherzo. Già dobbiamo fare i salti mortali con i bilanci per via del fatto che più fai finali e più i costi crescono. Ora, si tratterà di trovare chi ci dà una mano. Siamo alla ricerca di sponsor, come si dice.

Come ci è finito lei, al Ducale?

Non saprei neanche dire l'anno, da quanto è lontano.

Da quando è nato?

Quello no, anche perché mi è capitato di nascere in Austria. I miei avevano optato e, a fatica, se ne erano andati fuori. Poi, finito tutto, sono rientrati. Ma allora c'ero anch' io. Quando ho varcato il Brennero avevo quattro mesi. Pochi per giocare già a tennis.

Ma è comunque al Club da tanto no?

Almeno dai '70. E da trent'anni da presidente. Ne ho viste di tutti i colori.

E giocare?

Sempre. Finché mi sono divertito. Solo che quando giocavo non trovavo avversari, poi ce ne erano di troppo forti per me. Meglio fare il presidente.

Certo, ci sono stati dei cambiamenti.

Di volta in volta. Il primo, con l'aggiunta del secondo campo, poi, nel '98, il Comune decise di finanziare una profonda riqualificazione della struttura con la costruzione degli spogliatoi e dell'ufficio. Nell'83, ci eravamo invece già affiliati alla Federazione.

Che dice del Comune?

Tutto il bene possibile. Ci ho lavorato per 34 anni negli uffici dell'edilizia pubblica. Direi che ho seguito anche la nostra, di edilizia, intendo quella del club.

E i risultati?

Non male. Abbiamo più di duecento iscritti. Ma la questione che più mi dà gioia è che la maggioranza sono ragazzi. E c'è un maestro, Michele Pesarin, che li fa crescere di stagione in stagione.

Un ragazzo inizia a vivere uno sport, quasi sempre innamorandosi di un campione. Il suo?

Nicola Pietrangeli.

Non Panatta?

No, Nicola era "er mejo", almeno per me. Il mio mito da subito.

Dai suoi campi ne è passato qualcuno, si intende, di miti?

Beh, almeno uno di sicuro. Uno che non lo era ancora... Jannik Sinner. Non dovrebbe aver avuto neanche 12 anni, oppure appena compiuti quando è arrivato per un torneo giovanile.

Cosa ci ha visto?

Una predisposizione. Per dire: giocava quasi tutti i suoi colpi solo col rovescio. Che era già il "suo" rovescio. Succedeva alla casa del Soldato.

Perché lì?

È una nostra opzione da anni. Visto che soli due campi sono pochi, ci si era risolti a chiedere di affittare un campo lì. Soprattutto d'inverno, visto che c'era la possibilità di averne uno coperto mentre al Ducale non era possibile. Però niente spogliatoi, un sacco di permessi. Ma almeno al coperto si sono potuti allenare i giocatori della D e soprattutto la scuola tennis.

A proposito di campi, Bolzano ne soffre la carenza crede?

Credo sì. E vedo anche che ogni tanto chiude qualche circolo e tutti sono sempre alla ricerca di qualche campo in più per mandare avanti le scuole e dare una opportunità ai soci.

Prospettive?

Mah, sento di progetti, come alla casa del Soldato o in via Resia, ma finora niente. In più sono scomparsi anche i due campi qui vicino, in via Vittorio Veneto, scomparsi con le case venute su al posto della vecchia cantina di Gries.

Ma avverte nuova passione?

Con Sinner sì. E anche con quella squadra azzurra che vince Davis e ha giocatori quasi tutti nei primi venti. In ragazzi si innamorano dei campioni e chiedono poi di giocare. Come me con Nicola...