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DOBBIACO. Lo storico dell’arte di Bologna Francesco Vincenti ha lanciato una petizione per evitare la demolizione dell’Hotel Posta e in poco più di una settimana ha ricevuto (su https://www.change.org/p/comune-di-dobbiaco-non-vogliamo-la-demolizione-dell-ex-hotel-post-di-dobbiaco-toblach-bz) “quasi quattromila adesioni”, riferisce Vincenti riguardando “le tante immagini del Posta raccolte in anni di collezionismo, mosso da un amore sconfinato per Dobbiaco. Un amore che dura da generazioni, appartenendo alla terza che viene a passare lunghi periodi di vacanza, da quando mio zio monsignor Benazzi pioneristicamente aprì, nell’ex Grand Hotel, la Colonia alpina in qualità di direttore della Pontificia opera di assistenza”.
Vincenti ha chiesto supporto a Vittorio Sgarbi e si rivolge a “dobbiachesi, altoatesini pusteresi” con due domande: “Non provate un tormento solo all’idea di passare, con una delle tradizionali processioni, vestiti dei vostri bellissimi costumi e con le mandrie addobbate davanti a un cubo di cemento armato? Perché accanto all’impegno di mantenere intatto il valore delle grandi famiglie, degli antichi masi non vedo l’impegno di mantenere il paradiso dei pascoli, del sapere antico di costruire pur con l’adeguamento ai moderni confort di bioedilizia e bioenergetica?”
Insomma, ripete Vincenti, il Posta non va abbattuto e rimpiazzato da una colata di cemento: “Quando si è salvato l’ex Grand Hotel avete scelto che quell’edificio fosse una risorsa, ma guardate che non c’è alcuna differenza fra lo splendido edificio progettato da Wilhelm von Flattich e l’architettura del Posta: parlano la stessa lingua e se è stato preservato il primo, perché non il secondo? Guardatele quelle eleganti finestre al pian terreno, la porta della Theiss’Stube sull’angolo verso la chiesa con quella cuspide a conchiglia, quelle raffinate lesene che corrono a scandire la partizione delle finestre, la mossa che fa il tetto. Avete mai guardato, venendo dal prato antistante il cimitero, la bellezza della prospettiva che si coglie guardando il Posta fra il campanile e la chiesa?”
“Il progetto che si vuole realizzare - conclude Vincenti - è, a mio giudizio e non solo, una pessima sostituzione. Il Posta sorge alla fine della Prima guerra mondiale sulle macerie di due case contigue destinate già all’accoglienza turistica. La famiglia Unterhuber che lo possedeva ha svolto attività alberghiera per circa duecento anni in quel sito. L'aspetto della piazza su cui insiste l'albergo possiede un'estetica ancora intatta ed è un triste criterio quello che preferisce aperture prospettiche rettilinee con casermoni neo-razionalisti a destra e manca, balconi impilati, vialetti di quell’insopportabile gusto minimale sparso ormai a raglio nel nostro Paese. Abbiate il coraggio di cogliere l’opportunità di fare un passo indietro per farne tanti avanti! Quello che è perso lo è per sempre”.
Vincenti ha chiesto supporto a Vittorio Sgarbi e si rivolge a “dobbiachesi, altoatesini pusteresi” con due domande: “Non provate un tormento solo all’idea di passare, con una delle tradizionali processioni, vestiti dei vostri bellissimi costumi e con le mandrie addobbate davanti a un cubo di cemento armato? Perché accanto all’impegno di mantenere intatto il valore delle grandi famiglie, degli antichi masi non vedo l’impegno di mantenere il paradiso dei pascoli, del sapere antico di costruire pur con l’adeguamento ai moderni confort di bioedilizia e bioenergetica?”
Insomma, ripete Vincenti, il Posta non va abbattuto e rimpiazzato da una colata di cemento: “Quando si è salvato l’ex Grand Hotel avete scelto che quell’edificio fosse una risorsa, ma guardate che non c’è alcuna differenza fra lo splendido edificio progettato da Wilhelm von Flattich e l’architettura del Posta: parlano la stessa lingua e se è stato preservato il primo, perché non il secondo? Guardatele quelle eleganti finestre al pian terreno, la porta della Theiss’Stube sull’angolo verso la chiesa con quella cuspide a conchiglia, quelle raffinate lesene che corrono a scandire la partizione delle finestre, la mossa che fa il tetto. Avete mai guardato, venendo dal prato antistante il cimitero, la bellezza della prospettiva che si coglie guardando il Posta fra il campanile e la chiesa?”
“Il progetto che si vuole realizzare - conclude Vincenti - è, a mio giudizio e non solo, una pessima sostituzione. Il Posta sorge alla fine della Prima guerra mondiale sulle macerie di due case contigue destinate già all’accoglienza turistica. La famiglia Unterhuber che lo possedeva ha svolto attività alberghiera per circa duecento anni in quel sito. L'aspetto della piazza su cui insiste l'albergo possiede un'estetica ancora intatta ed è un triste criterio quello che preferisce aperture prospettiche rettilinee con casermoni neo-razionalisti a destra e manca, balconi impilati, vialetti di quell’insopportabile gusto minimale sparso ormai a raglio nel nostro Paese. Abbiate il coraggio di cogliere l’opportunità di fare un passo indietro per farne tanti avanti! Quello che è perso lo è per sempre”.


