BOLZANO. La prima estate è una lunga strada di pianura, l'auto piena come un uovo, voci di bambini che si infilano tra quelle degli adulti, mamma e papà già col mare negli occhi e il caldo che non si sente perché i finestrini sono aperti e l'aria non smette di entrare. Una vigilia di giorni felici, ecco cos'era quel viaggio.

«Zii, cugini, fratelli, valigie dove si schiacciavano costumi e asciugamani»: è ancora lì Francesca Tosolini. Avrà avuto cinque o sei anni. Un tempo della vita in cui i ricordi finalmente si fissano e non se ne vanno più.

E quindi?

«Il mare - risponde lei -. La Riviera Romagnola, una Romagna che era soprattutto libertà».

Niente cellulari, il telefono fisso in camera che nessuno più guardava, l'ombrellone come rifugio dopo ore di sabbia nei capelli e labbra secche dal sale.

«Non stavo mai ferma» dice adesso quella bambina di allora che oggi è ancora per un po' presidente dell'Ipes, luogo di grandi sfide gestionali e di tensioni che affiorano ogni giorno tra i grandi condomini.

Estati lunghe, quasi interminabili: «Si stava via un mese. Ma al ritorno era come esserci stata per poco su quella spiaggia».

Allora non era come oggi. Tutti insieme e tutti a farsi passare la voglia di bagni, tanto ci si stava. Papà Enzo e mamma Rosetta, i nonni Anita e Celestino sempre di guardia a lei e a suo fratello, di poco più grande.

Insomma, le vacanze di un'Italia che non sapeva cosa fosse Facebook e per questo probabilmente era più serena.

«Che nostalgia di quegli anni» insiste Francesca Tosolini, che ancora oggi ha un'idea della "sua estate" fatta di spazi aperti e di niente da fare.

E la montagna?

«Ecco, io sono di Trento, una bolzanina di adozione. E la montagna era la Paganella. Anche lassù, che estati lunghe. Un mese in acqua, un paio di settimane lì».

Che mare?

«La Romagna. Spiagge grandi che non si finiva di correre, mare sicuro, si entrava e si faceva in tempo a stancarsi di camminare prima di sentire l'acqua che arrivava alla gola».

La famiglia?

«Sempre insieme. Ma molto allargata, zii e zie, nonni e nonne, mio fratello Andrea e i cugini. Non ricordo un minuto di noia, di silenzio. Sì, quando alla fine si andava a letto, sfiniti dal sole e ci si addormentava come dei sassi».

Come si stava?

«Da papi. Senza social, senza contatti che non quelli che si vivevano insieme. Erano estati vere».

Il lusso?

«La libertà. Anche adesso, sono felice se lo sono libera, quando non lavoro».

Poi arriva l'adolescenza. E allora?

«Cambiano gli anni ma non la voglia di mare. La prima vacanza senza genitori a 17 anni, quarta liceo scientifico. Gran consulto coi compagni e poi via, per una vacanza organizzata con la scuola».

Destinazione?

«Calabria. Lì ho trovato musica ma soprattutto amicizie. Le relazioni che ho intessuto in quella particolare estate, la prima da ragazza in autonomia, le ho mantenute anche adesso. Dopo anni, quei ricordi comuni ancora ci tengono legati».

Insomma, quasi un esordio nella vita?

«Più o meno. La percezione dell'indipendenza».

Quella è rimasta anche dopo?

«Da allora, lunghissimi viaggi in auto. Partenza da Trento e soprattutto il Sud Italia. Destinazione privilegiata, la Puglia».

Che giorni erano?

«Ore infinite al sole, io e le mie amiche. Si tornava nere come il carbone. Ma c'era una nuova idea di vacanza».

Vale a dire?

«La vacanza, in fondo, era il viaggio».

Cioè?

«I chilometri insieme, le parole, la scelta di volta in volta delle destinazioni. Anche in quel caso, la libertà di decidere che fare e quando».

Adesso invece? Quando da ragazza si diventa adulta?

«Si sceglie sempre più. Per anni è stata la vela. E la scoperta della lentezza. In mare c'è ancora meno fretta, si aspetta la sera per scendere a terra, si aspetta la mattina per uscire e stare un altro giorno lontano da tutto».

Luoghi?

«L'Adriatico. E la Croazia, che è ancora un po' vuota».

Sempre ancora mare?

«No, anche città. Londra, l'America».

Resta la montagna?

«E il camminare. Non vorrei smettere mai. Niente cose impegnative, Renon, Siusi, Guncina, ma inizio a fare sentieri la mattina e finisco alla sera. Poi, da un po' ho uno che mi tiene sempre compagnia».

Sarebbe?

«Il mio cane. È bellissimo. Da dieci anni mi sembra che la mia vita sia cambiata. In meglio, direi. Con un compagno di strada così non si smette mai di discutere, si parla dei suoi problemi ma soprattutto dei miei».

Il bello è che ascolta?

«Esatto. Sembra che non si annoi».

L'Alto Adige, per lei che è nata e vissuta a Trento?

«Una scoperta che non finisce mai. Ho iniziato a percorrerlo vent'anni fa e continuo a farlo. La giornata classica è una camminata, una coperta da stendere su un prato, magari vicino al lago di Carezza, e stare lì, in pace. Senza troppi sforzi...».