BOLZANO. «Saltare dalle Dolomiti regala suggestioni uniche e una cartolina impareggiabile, ma richiede competenze ed esperienze consolidate perché è un lancio molto tecnico, con linee aggressive e condizioni che costringono a valutare attentamente ogni fattore. Però, non mi si parli di sfortuna o elementi esterni: nel 99,9% dei casi, l'incidente è frutto dell'errore umano». Maurizio di Palma, 46 anni, originario di Pavia, ha scelto ormai da tempo di mettere radici nell'Alto Garda, e non certo (non solo, almeno) per il verde predominante del paesaggio, l'azzurro del lago e lo scorrere rilassato delle giornate.

A folgorarlo è stato il Becco dell'Aquila, sommità del Monte Brento, a un paio di chilometri dal centro abitato di Dro. Uno spuntone di roccia che sovrasta una parete concava a 1.300 metri di quota, la Mecca per gli appassionati di base jumping di tutto il mondo: con circa 15mila-16mila lanci ogni anno, è il punto singolo dove si registra al mondo il maggior numero di salti, con o senza tuta alare. E se il Becco dell'Aquila, il Brento, è la Mecca, di Palma è il suo profeta. È il jumper con più salti all'attivo a livello mondiale, uno dei Top 30, l'unico italiano (maschio) selezionato per l'evento che riunisce il gotha di questo sport. Praticante da un quarto di secolo, da una decina di anni ne ha fatto la propria professione aprendo una scuola a Dro. Insomma, il massimo esperto che conosce perfettamente ogni punto di lancio, compreso il Piz da Lech dove, martedì, ha perso la vita il 25enne jumper cinese.

Di Palma, il Brento oggi è uno dei posti più sicuri al mondo per il base jumping. Merito di un lavoro ultradecennale. Si può pensare di fare lo stesso anche sulle Dolomiti?

Sono due realtà completamente diverse, principalmente per le loro caratteristiche morfologiche. E poi a Dro viene messa in moto un'organizzazione che punta a ridurre il più possibile i rischi: l'associazione italiana di Base Jumping è sul campo tutti i giorni, c'è un controllore a terra che monitora, pronto a lanciare la chiamata ai soccorsi, viene fatta continua informazione, c'è la scuola. È come trovarsi in un centro di addestramento di paracadutismo. Poi, è chiaro, il rischio non si può azzerare. In media parliamo di una fatality all'anno. Si tratta comunque di uno sport estremo.

E sulle Dolomiti, come funziona?

Lì è tutto più selvaggio. Si contano circa 150 "spot" da dove poter saltare, ma il numero di salti è pressoché irrisorio. Il posto più frequentato delle Dolomiti è il Sass Pordoi, per la facilità di accesso, dove si contano forse 500 salti all'anno mentre altrove non si arriva ai cento, in alcuni punti neppure alla decina. E questo perché sono salti tecnici: più lo sono e meno vengono frequentati.

Meno frequentati perché è maggiore il pericolo?

Perché servono competenze di volo adeguate. È come nello sci, c'è differenza fra una pista nera e una verde. Negli ultimi anni è cresciuto in maniera esponenziale il numero di appassionati, nonostante il nostro resti uno sport di nicchia, e così sono aumentati anche i salti dalle Dolomiti e di conseguenza gli incidenti. Trattandosi di "spot" molto tecnici bisogna sapere a cosa si va incontro e a volte si trovano persone che non hanno maturato le giuste "skill" oppure effettuano linee di volo molto aggressive, senza margine di errore. In questo i social contribuiscono ad affrettare i tempi. Purtroppo si sbaglia una volta soltanto.Certo, i panorami che regalano le Dolomiti sono ineguagliabili. E sono davvero belle le linee di volo che puoi effettuare con la tuta alare, molto sfidanti e tecniche. Il Piz da Lech, poi, è fra i più scenografici. Si vola in mezzo ai canaloni...Si salta, c'è la virata a destra e si vola in linea con la montagna, che rimane molto vicina per tutta la durata, a circa dieci metri. Poi ti infili in un canyon, in una gola molto stretta. Ciò comporta che si sappia cosa si sta facendo e che si sia in grado di farlo.

Conosceva il jumper che ha perso la vita proprio al Piz da Lech?

No. E dunque non posso sapere quale fosse il suo livello di preparazione e competenza. Ma gli incidenti possono capitare anche ai più esperti.L'esperto, però, effettua tanto lavoro di preparazione. Conosce le condizioni, il proprio stato psicofisico e avendo maturato tanta esperienza riesce a ridurre il margine di rischio, mentre l'inesperto spesso vede solo la parte bella del salto. La maggior parte degli incidenti, negli ultimi dieci anni, è avvenuta principalmente per degli errori umani. In inglese si dice "over skill". I miei colleghi e io saltiamo tutti i giorni, mentre vi sono jumper che vivono dall'altra parte del mondo e che per un intero inverno non saltano, poi in primavera arrivano al Brento, per qualche salto di warmup, e poi vanno sulle Dolomiti con l'acceleratore pigiato, e questo aumenta esponenzialmente il grado di rischio.

A Dro, in Trentino, è stato fatto un lavoro enorme in termini di comunicazione, organizzazione, sensibilizzazione, preparazione. È un modello esportabile altrove, ad esempio nelle Dolomiti?

No, perché al Brento c'è un solo punto dove si concentra tutta l'attività e si può controllare ciò che succede. Nelle Dolomiti non è possibile perché in questo momento, forse, ci sono trenta persone che stanno saltando, ma sono sparpagliate su un'area vasta, impossibile da monitorare interamente. E poi il nostro sport è molto individuale. Un jumper può fare tutto autonomamente, senza alcun aiuto: compra il paracadute, sceglie il punto da cui saltare, valuta le proprie condizioni, salta e ripiega il paracadute. Talvolta ti trovi di fronte al ragazzino che vuole tutto e subito, spinto da ciò che ha visto sui social.

Come si rende questo sport più sicuro?

Informando e informandosi. Quando ho iniziato io, 24 anni fa, non c'erano informazioni, oggi si sa perfettamente cosa fare, dove, come. Chi salta, oggi, quasi sempre è passato prima per una scuola.

Ma il base jumping rimane uno sport pericoloso?

È uno sport estremo, come altri, ma è meno pericoloso di scalare un ottomila dove l'imprevisto, come un seracco che si stacca, è sempre incombente. Noi possiamo calcolare tutto, non tiriamo mai i dadi. Se salti con la giusta consapevolezza, e attenzione, riduci la finestra di rischio. Il pericolo deriva dalla fretta, ma come dico sempre, si vive per un sogno, non si muore».