BOLZANO. Con i due presunti sparatori in carcere a Verona, si cerca ancora a Bolzano il fucile mitragliatore che, sabato scorso, ha sparato contro le finestre del primo, secondo e terzo piano della Torre 13 in via Conci a Trento.

La convalida. Ieri mattina, nel nuovo tribunale cittadino in via Alto Adige, si è tenuta l'udienza di convalida del fermo dei bolzanini Semolito Cari, 43 anni, e di sua figlia 19enne. Secondo gli inquirenti e gli investigatori di Trento, sono loro gli autori della sventagliata di mitra sulle pareti e sulle finestre della palazzina popolare del 3 ottobre.

A Bolzano i due sono arrivati su un furgone della polizia penitenziaria, dal carcere di Verona dove entrambi sono detenuti da mercoledì, in quanto indagati per tentato omicidio e porto abusivo di arma da fuoco. Il furgone è entrato da via Isarco nel cortile interno del nuovo palazzo di giustizia e, alle 12, padre e figlia sono comparsi davanti alla Gip Giulia Rossi.

Sono bastati circa 15 minuti di udienza per permettere ai due di avvalersi della facoltà di non rispondere e alla giudice di convalidare il provvedimento di fermo, confermare la misura cautelare e disporre il trasferimento degli atti al tribunale di Trento, territorialmente competente. Poi gli indagati sono tornati nel carcere veronese.

Ma la vicenda è tutt'altro che chiusa.

È caccia al fucile mitragliatore. Mentre sembra confermato il movente della spedizione punitiva, come conseguenza della lite in carcere a Trento tra esponenti delle due famiglie di origini sinte, resta da capire che fine abbia fatto un'arma così potente e pericolosa, come quella usata sabato scorso. La sventagliata di proiettili calibro 7,65 rischiava di «falciare» chiunque si fosse trovato sulla traiettoria dei colpi.

Il blitz. Il blitz delle forze dell'ordine, scattato alle tre del mattino di mercoledì, doveva essere preparato tenendo conto della possibilità che le persone ricercate fossero dotate di quell'arma, ma anche di altro. Per questo, oltre agli agenti delle squadre mobili di Trento e Bolzano, sono intervenuti anche gli uomini delle Unità operative di primo intervento (Uopi), le unità antiterrorismo della polizia, insieme alle unità cinofile antiesplosivo e ai vigili del fuoco con droni.

Sei gli obiettivi raggiunti contemporaneamente durante il blitz: gli alloggi popolari di via Roma, via Cagliari, via Milano, via Alessandria e via Sassari, dove gli agenti hanno fatto irruzione. Un sesto obiettivo era stato individuato nel campo nomadi della «Spaghettata».

L'arresto alla «Spaghettata». Proprio lì, tra una roulotte e una baracca, i poliziotti hanno trovato i due indagati. Padre e figlia erano gli ultimi ad abitare il campo, nonostante fossero intestatari di case Ipes.

Il giorno dopo il blitz, il campo conservava ancora i segni di una perquisizione minuziosa, condotta dalla polizia non solo nella roulotte e nella baracca, ma anche tra i cumuli di immondizia, biciclette, elettrodomestici e merce varia, probabilmente proveniente da furti.

Era necessario, oltre ad arrestare i presunti sparatori, trovare l'arma o le armi di cui i due probabilmente disponevano. Del fucile mitragliatore, però, nessuna traccia. Le ricerche non hanno permesso di trovarlo nel campo, né nelle case di appartenenti alla stessa famiglia. Ciò significa che, probabilmente, l'arma è ancora nascosta in città.

In attesa di un esito positivo delle ricerche, gli investigatori lavorano anche sul fronte tecnico-scientifico. Innanzitutto si aspetta il risultato dell'esame stub, che consente di rilevare eventuali residui dello sparo sulle persone sottoposte al test. L'esito, insieme agli altri accertamenti, potrà contribuire alla ricostruzione dei ruoli dei due indagati.

Sono in corso, inoltre, indagini balistiche avanzate sull'edificio di via Conci, per tentare di trovare elementi che confermino le ipotesi investigative e chiariscano chi dei due, tra padre e figlia, abbia sparato.