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BOLZANO. «Tina, quanto vuoi per questa maglietta?». «E lo scatolone a quanto me lo fai?». Gestisce tutto lei, con una precisione assoluta, al centesimo. Stiamo parlando di Antonietta “Tina” Testa, che da 26 anni gestisce un mercatino dell'usato in uno spazio interrato, nascosto sotto la chiesa di Tre Santi. Se non lo conosci, mai noteresti quest'entrata nascosta sommersa da scatoloni, eppure il via vai di persone che regalano oggetti di ogni tipo e che cercano occasioni è impressionante.
«Sono qui da 28 anni. Prima io e mio marito Riccardo Perotti avevamo un'attività "La Luminosa" in via Roma - racconta -. Lui era elettricista e ha lavorato tutta la vita in Val Gardena e in Val Badia, alzandosi alle tre di notte per fare impianti». I coniugi, 92 anni per lui e 85 per Tina, decisero nel 2000 di lasciare l'attività al nipote. «Una volta lasciato il negozio, ho chiesto a Don Jimmy se avesse bisogno di due persone per fare volontariato. Mi hanno detto: "Mamma mia, qui c'è di tutto da fare, c'è tanta gente che ha bisogno". E così iniziammo».
Ventisei anni di volontariato, dopo tanti altri passati dietro al bancone del negozio, eppure l'energia e l'allegria di Tina sembrano quelle del primo giorno. Un seminterrato spoglio, senza vita, quello che hanno trovato appena entrati. «Ci hanno dato questo spazio e mio marito, che allora aveva 78 anni, ha fatto tutte le scaffalature, che raggiungono quasi il soffitto - ricorda -. Ci ha dato l'anima, fino in fondo. Abbiamo iniziato con poco, ma piano piano il lavoro è aumentato sempre di più».
Il mercatino, che da fuori sembra essere solo un piccolo sgabuzzino, una volta entrati rivela la sua grandezza. Venti metri di lunghezza, sulle cui pareti si stagliano metri di scaffali ricchi di vestiti e storie passate. «È diventato molto grande. Una volta al mese facciamo anche un mercatino speciale, che si allarga ancora di più, pure nell'altra stanza!», ci mostra entusiasta.
Non è facile gestire un locale così, e nonostante sia aiutata da una schiera fidata di volontarie, alcuni spazi sono affidati alla civiltà e onestà dei clienti che entrano. L'esempio principale è la libreria, una stanzetta colma di romanzi, saggi e fumetti, il cui profumo di carta vissuta si sente da metri di distanza.
Quasi tre decenni di fatica, tutti dedicati al volontariato e all'aiuto del prossimo. «È tutto segnato», ci dice mostrandoci il foglio con le entrate e uscite del 2025. «L'anno scorso abbiamo donato 132mila euro, dei 135mila che abbiamo guadagnato. Ma in questi anni abbiamo toccato il mondo, sostenendo 350 bambini, presi quando avevano zero anni e accompagnati fino ai 18 anni con le Suore Benedettine della Carità», racconta emozionata.
Da questo anfratto in via Mendola, fino al Madagascar: «Lì abbiamo fondato un ospedale. Prima le donne partorivano sotto gli alberi; adesso partoriscono su un letto, sotto un tetto al sicuro».
Dopo 26 anni di attività e 85 di vita alle spalle, a motivarla ancora quasi ogni giorno sono due fattori principali: «L'armonia e l'amore». «A volte si può regalare qualche oggetto, anche rimetterci: non ha importanza. Ciò che davvero conta è stare bene con sé stessi, il resto non ha rilevanza». Poi ribadisce: «Mi spinge l'amore, perché è quello che manda avanti il mondo. Senza amore non si va avanti».
Un modo di pensare che si espande anche alla vita di tutti i giorni. «Io e mio marito siamo sposati da 70 anni. Non siamo mai andati a letto arrabbiati, mai ci siamo offesi», racconta emozionata. E ci tiene a specificare: «È importante nella vita lasciar andare i problemi. Perché se li teniamo addosso, pesano sulle spalle, dobbiamo imparare a farci scivolare le cose di dosso».
Questo impegno è valso a Tina Testa e Riccardo Perotti la segnalazione per il Premio Cittadino della Gentilezza, da parte di Franco Collesei, titolare del locale "Walther's" in piazza Walther. C'è tempo fino al 30 settembre per inviare le candidature. Parlando proprio della nomina al premio, la signora Testa spiega il suo significato di gentilezza: «La gentilezza significa amare la gente, accoglierla a braccia aperte. Perché non sappiamo mai il vissuto di una persona».


