BOLZANO. Pedalare tra stelle, silenzio e cavalli in libertà. Là dove non c'è campo e la sera, per trovare riparo, ci si affida ai lumini che interrompono il buio: le yurte dei pastori Kirghisi. È parte della via della seta, dove ancora risuona l'eco delle carovane che dal Mediterraneo raggiungevano la Cina. Nel mezzo ghiacciai, montagne innevate, marmotte e tappeti di stelle alpine, che a un altoatesino ricordano casa, ma con la natura che ancora fa da protagonista.

Tre amici bolzanini, Giovanni Barborini, 66 anni, Roberto Comis e Giorgio Mattei, di 62, hanno intrapreso un viaggio in mountain bike in Kirghizistan. Venti giorni che, dicono: «ci hanno cambiato la vita». A un'età in cui spesso si crede di meritarsi un viaggio confortevole, loro hanno scelto l'avventura. Tra gomme bucate, notti a terra e salite con l'aria rarefatta oltre i 3mila metri, si sono guadagnati i ricordi più puri del viaggio: i paesaggi sconfinati e il sorriso del popolo che li ha accolti. «Il viaggio della vita si fa anche in pensione - raccontano, ospiti della nostra redazione - A questa età si ha meno paura che a vent'anni. In tanti ci hanno dato dei pazzi, ma noi volevamo vedere dal vivo quelle immagini che ci affascinavano tanto».

Il viaggio in tappe

Hanno percorso in bicicletta 780 chilometri, divisi in dodici tappe, con un dislivello positivo di 10.110 metri.«Arrivati all'aeroporto della capitale Bishkek abbiamo speso un giorno per riposarci e rimontare le Mtb muscolari. Il giorno seguente, con un furgoncino, ci siamo fatti portare alla partenza della prima tappa che si sarebbe sviluppata lungo le rive del lago Issik Kul: il secondo lago di montagna più grande al mondo», il resoconto tratto dal loro diario di viaggio.

Con la seconda tappa è iniziata la salita. Dopo otto ore ai pedali sono riusciti a raggiungere Passo Arabel, a 3.800 metri di altitudine. «Stanchi ma soddisfatti ci siamo fermati per un pernottamento di fortuna in un container usato dai pastori - prosegue il racconto - Il giorno dopo abbiamo proseguito per il passo, poi sono seguiti dieci giorni su un meraviglioso altipiano, pedalando tra un susseguirsi di salite e discese in un ambiente incantevole. Tra montagne innevate e ghiacciai abbiamo percorso la valle dove pascolano centinaia di cavalli e pecore in libertà, senza incontrare quasi nessuno».

Ogni sera godevano dell'ospitalità dei pastori Kirghisi che, nei mesi estivi, salgono in quota con le loro greggi.

«Ci accoglievano nelle yurte: capanne di forma rotonda tradizionali dei popoli nomadi. Una struttura di legno coperta con feltro di lana resistente al freddo e al caldo. Si monta e si smonta in poco tempo. Al centro si trova la stufa per cucinare e riscaldare». La gentilezza dei pastori, dicono: «ci ha reso ancora più bello il viaggio. Vivere con loro è stato fondamentale per conoscere cultura e usanze. Al nostro arrivo ci offrivano un letto e una tazza di Chai. E subito la fatica del giorno veniva ripagata».

La penultima tappa è stata la più dura. «Il terribile passo Kegeti. Una salita durissima. Nove ore per valicare il passo, poi è iniziata la discesa in cerca di un posto dove dormire. L'ultimo giorno abbiamo pedalato in discesa, raggiungendo la capitale. Dopo due giorni di riposo e di visite abbiamo ripreso l'aero per rientrare a casa, stanchi ma contenti di aver visitato e conosciuto un parte di questo meraviglioso paese».

Tra ostacoli e meraviglie

La parte più tosta? «La lingua, cartelli incomprensibili e persone che parlavano solo la lingua locale o al massimo il russo - spiega Comis - Ci capivamo a gesti».

«Per me la penultima tappa - aggiunge Mattei - Si è spezzato il portapacchi e ho forato tre volte. Gli altri sono andati avanti per raggiungere uno Yurt camp segnalato sulle mappe, che però non c'era. Erano le 21 e non sapevamo dove trovare riparo per la notte. Stavamo per accamparci con le tende, quando abbiamo visto una lucina lontana e ci siamo diretti lì. Alla fine era una yurta dove abbiamo trovato ospitalità. Però è stata davvero dura».

«Ognuno aveva il proprio filtro per l'acqua. A volte avevamo dubbi sul cibo offerto, che però era scortese rifiutare. Diciamo che quei popoli sono sicuramente più forti di fisico rispetto a noi», sorride Barborini. La parte più bella?«La via lattea come nei disegni, così, le stelle, non le avevo mai viste», risponde Mattei.«L'altopiano Arabel - aggiungono Comis e Barborini - Ghiacciai immacolati, ruscelli e cavalli. Sembrava un sogno. Erano belle le persone, con questi visi particolari. E le marmellate che ci offrivano... Buonissime».

Per allenarsi, raccontano, «abbiamo fatto salite tra la val Pusteria e la val Badia con borse cariche di acqua. Abbiamo passato giorni a pianificare gli spostamenti, sapendo che lì sarebbe stato difficile avere campo, e preparandoci psicologicamente a inconvenienti e situazioni più avventurose. Per fortuna caratterialmente siamo molto tranquilli. Non abbiamo mai litigato - sorridono - Anche nei momenti più difficili essere in tre ci ha dato la spinta per andare avanti».

Nascono tutti e tre come escursionisti. Hanno condiviso qualche avventura da giovani, e poi si sono persi di vista per qualche anno. Un po' di tempo fa si sono rincontrati sul lavoro e sono tornati a pianificare viaggi. Questo, probabilmente, è stato il più importante della vita.«Almeno fino ad ora», si fa scappare Mattei. Non vi è bastato? «L'appetito vien mangiando - sorride - E non vediamo l'ora di organizzare la prossima avventura».