ROMA. «La crisi delle nascite in Italia ha toccato il suo record storico». A lanciare l’allarme è Julia Unterberger, presidente del Gruppo per le Autonomie, commentando i dati sui primi sette mesi del 2025, che segnano un calo del 6,3% delle nascite rispetto allo stesso periodo del 2024. L’unica eccezione riguarda la Valle d’Aosta, la Provincia di Trento e quella di Bolzano, dove si registra un lieve aumento dell’1,9%.
 

Secondo Unterberger, tuttavia, «si tratta di una magra consolazione». La senatrice altoatesina sottolinea che servono «vere politiche per la natalità», non «bonus una tantum», ma interventi strutturali che permettano alle coppie di pianificare il futuro con la certezza del sostegno dello Stato.
 

«I Paesi europei con un tasso di fecondità più alto sono quelli che da tempo hanno introdotto misure per un’equa distribuzione dei compiti di cura tra i genitori e per un sostegno concreto nei primi anni di vita dei figli», spiega Unterberger, evidenziando come l’Italia resti indietro su occupazione femminile, congedi parentali e servizi per l’infanzia.

Dopo la nascita di un figlio, circa la metà delle donne occupate abbandona il lavoro o subisce una forte riduzione del reddito. Gli strumenti di congedo destinati agli uomini, seppur migliorati, restano lontani dagli standard europei. Anche sul fronte degli asili nido, la copertura è salita solo lievemente – da 28 a 30 posti ogni 100 bambini – e in parte per effetto della denatalità.
 

«Il Governo Meloni, che non si è discostato molto dai precedenti, ha puntato su bonus limitati – prosegue Unterberger – come i mille euro una tantum alla nascita per i redditi medio-bassi, il bonus mamme fino a 60 euro mensili per le lavoratrici con almeno due figli e l’assegno unico universale, che varia tra 50 e 200 euro». Ma, conclude, «con interventi così ridotti non si rimuovono gli ostacoli che scoraggiano le coppie ad avere figli».