Merano. Spunta un nuovo potenziale acquirente per la ex Solland Silicon. Fuori tempo massimo, si eccepisce di primo acchito. Ma se si uniscono la tempesta di incertezze che sta scatenando la pandemia a una vicenda, quella che riguarda lo stabilimento di Sinigo, nessun colpo di teatro è da escludere a priori.

L’investitore è cinese. E un piano di rilancio per la ex Solland in via di illustrazione al ministero per lo Sviluppo economico. Lo sostiene Alessandro Urzì che fa anche delle cifre: pronti 65 milioni di euro, 20 dei quali nell’immediato. Un ennesimo spiraglio per riprendere la produzione di silicio di grado iperpuro per l’elettronica, che il consigliere provinciale di Alto Adige nel cuore/Fratelli d’Italia inquadra nell’emergenza in corso.

Sistema Italia.

«La ex Solland Silicon di Merano è una azienda strategica per l’economia nazionale – afferma Urzì - e come tale va riattivata l’attività produttiva, anche con provvedimenti di emergenza. Va scongiurata la definitiva dismissione. Il sistema Italia potrebbe pagarne un prezzo altissimo. I casi legati alla progressiva perdita di autosufficienza italiana nel campo della produzione di presidi medici (respiratori assistiti, apparecchiature sanitarie e DPI, ossia mascherine e ausili alla sicurezza del personale in servizio negli ospedali) lo stanno dimostrando. La Solland ha un impianto di produzione del componente fondamentale per tutta l’elettronica, una delle pochissime aziende specializzate a livello mondiale. Occorre molto a comprendere la pericolosità dell’abbandono di questo settore, proprio in questo momento, da parte delle istituzioni locali e nazionali?».

La cornice.

Tutto questo in tempi di coronavirus, ma la cornice entro cui leggere la vicenda Solland ha alcuni contorni definiti. Primo, l’azienda è stata acquistata da un privato che nell’ambito di una lunga e travagliata procedura fallimentare si è aggiudicato un’asta: è la Al-Invest di Auer e Ladurner che ha messo sul piatto 1,75 milioni. Gli investitori altoatesini, secondo il bando di gara, si sono impegnati a smantellare l’impianto e a bonificare l’area. Tutto in vista dell’insediamento di una nuova zona produttiva. Al momento sono ancora in corso le fasi di svuotamento dei clorosilani dall’impianto, ordinate dalla Provincia e gestite dalla controllata EcoCenter, terminate le quali le chiavi della Solland saranno consegnate ai nuovi acquirenti.

Conferme dal Mise.

Con questo sfondo si confronta l’azienda cinese - stando ad altre fonti l’investitore avrebbe forti legami con il mondo imprenditoriale italiano e la Confindustria del Dragone - che sarebbe interessato a mantenere la produzione, e quindi anche il know how e posti di lavoro, in Italia ed a Merano. Urzì lo sostiene appellandosi a conferme dirette provenienti dal Mise. Dove i contatti sarebbero in evoluzione.

«Il tema è banale, semplicissimo» afferma ancora Urzì che realizza sponde alla causa con alcune domande: «L’Italia può disimpegnarsi in un settore strategico come quello della materia prima per l’elettronica in un momento in cui la crisi mondiale dimostra che solo i paesi autosufficienti in proprio sopravvivono alle emergenze globali? Il caso della produzione di mascherine e apparecchiature medicali negli anni abbandonata dall’Italia sta portando alla crisi attuale, all’emergenza gravissima di interesse nazionale. Lo stesso interesse nazionale che imporrebbe in questo momento di difendere anche con provvedimenti di emergenza la produzione della materia prima per la componentistica elettronica mondiale. Quale Paese, è l’appello lanciato al governo, starebbe a guardare la dismissione di una fabbrica come la Solland Silicon senza muovere un dito?».

Il ministro Stefano Patuanelli, dice ancora il consigliere, ha stabilito il contatto con l’investitore asiatico interessato a mantenere la produzione in Italia. E sul fatto che la Solland sia stata assegnata dopo un iter giuridico? «Ovviamente un’azienda privata può fare quello che vuole delle sue proprietà» chiosa Urzì. «Ma anche il sistema Paese deve tutelarsi verso operazioni economiche che potrebbero rischiare di esporre l’Italia ad una eccessiva debolezza industriale strutturale. L’assenza sostanziale della Provincia, se non l’aperta ostilità della Provincia assieme a quella del Comune di Merano, nella partita sulla Solland (una delle fabbriche chimiche più sicure a livello europeo) hanno responsabilità ben precise. Di certo lontane dalla tutela di un interesse nazionale italiano nel campo della trasformazione e produzione strategica di prodotti chimici fondamentali per mantenere gli alti livelli tecnologici del nostro Paese».

Variabili in gioco.

Potrà quest’ultimo scenario ridefinire il futuro della ex Solland Silicon? Le variabili in gioco sono tante e le chiavi di lettura multiple. Non ultima, anzi in salita fra quelle di maggior peso, la fase economica che si presenterà nel post-emergenza.