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Merano. È l’associazione che fa ballare tutta la città e che in oltre trent’anni di attività ha visto passare nei suoi locali di via Enrico Toti migliaia di meranesi. Nadia Bozza, responsabile dell’associazione Only Dance, forte della sua passione per la danza, ci racconta com’è stato gestire le attività di oltre 180 ragazzi nel momento in cui tutto si è fermato per via della pandemia. Lockdown delle lezioni per oltre due mesi, ma non della voglia di ballare e di una ripresa delle attività, pur nel rispetto delle normative in corso. Obiettivi? I saggi di novembre al Puccini.
Quando nasce la sua passione per la danza?
Avevo quattro anni e facevo ginnastica ritmica con Enrico Pierotti allo Sporting Center. A dieci anni sono passata alla scuola di danza Kebat, ora Arabesque. Poi, finita la scuola, sono andata a studiare a Mantova, alla Libera università di danza e teatro, perché volevo diventare una ballerina.
Una formazione prestigiosa.
Sì, studiavo con Chiara Ajkun, già ballerina del grande coreografo russo George Balanchine. Poi Chiara si è dedicata all’insegnamento e adesso ha una compagnia a New York. È stata un’esperienza strepitosa, era la fine degli anni Ottanta, ballare Balanchine era del tutto diverso rispetto alla scuola di allora. Tutto molto veloce, c’era allegria, un altro modo di vedere la danza classica. E Chiara per l’Italia era una novità, con il suo approccio rivoluzionario.
Che cosa si è portata a casa?
Tutto quello che potevo. Trent’anni fa ho aperto la scuola di danza “Nadia”. Nel 2007 abbiamo trasformato tutto in associazione sportiva. Infatti Renata Sembianti dell’Energy Dance mi ha proposto di inserire nella scuola un approccio diverso alla danza, con un taglio più sportivo, e ho seguito il consiglio.
Che cosa è cambiato, oltre al passaggio “tecnico” da scuola ad associazione?
Abbiamo mantenuto la doppia vocazione. Oggi facciamo sia arte sia sport, perché l’una non esclude l’altro. Abbiamo iniziato a partecipare alle gare e a formarci come tecnici sportivi. Paola Ianes, Ulrike Pertoll ed io abbiamo intrapreso quel percorso formativo all’interno della federazione sportiva per poter offrire il meglio alle nostre allieve.
Quanti erano gli allievi, all’inizio?
Il primo anno avevo 35 bambini, oggi viaggiamo su una media di 180/250 ragazzi all’anno e in trent’anni di attività sono diverse migliaia i meranesi che sono passati per questa associazione.
Che cos’è cambiato, rispetto ad allora?
È cambiata la velocità delle lezioni. Un po’ per via dei supporti tecnologici; dalle musicassette che richiedevano tempo per partire ai mezzi di oggi. Inoltre oggi con l’associazione giriamo il mondo, cosa che dà una visione dell’attività molto moderna e internazionale. Prima facevamo lezioni finalizzate al saggio di fine anno, adesso in media una volta al mese siamo in giro per gare e spettacoli, sia in Italia sia all’estero. Questo regala una dimensione più aperta di quello che fai e di come lo fai. Ti metti a confronto con altri, insomma, affini la critica su quello che hai fatto, perché comprendi meglio limiti e potenzialità di quello che insegni e degli allievi stessi.
La sua scuola è diventata un punto di riferimento.
A me piace molto l’idea che lo sia. Noi per i ragazzi ci siamo sempre, sia per insegnare danza sia per aiutarli a crescere. Il servizio di un’associazione deve essere quello, secondo me. Una vicinanza ai ragazzi e alle famiglie fondata su un rapporto di stima reciproca. Si collabora alla crescita dei ragazzi, una gocciolina magari, ma questo impegno è apprezzato anche dai genitori.
Poi il coronavirus, che ha costretto il paese alla chiusura totale.
Il nove marzo, lo ricordo come se fosse ieri. La scuola all’improvviso ha dovuto chiudere, senza che potessimo capire che cosa sarebbe successo. Quando abbiamo capito che sarebbe andata per le lunghe abbiamo creato un gruppo su Facebook, proprio per rimanere in contatto con i nostri allievi e coi loro genitori. Ogni giorno abbiamo postato contenuti di danza: disegnini delle ballerine, cruciverba di danza, figurine dei personaggi del saggio. Il periodo peggiore per noi, perché eravamo pronti al saggio di maggio e invece abbiamo dovuto chiudere l’associazione. Pensavamo che si sarebbe risolto tutto in poche settimane, abbiamo continuato a produrre vestiti nella speranza che qualcosa di positivo sarebbe accaduto, ma non è andata così.
E tutto si è trasferito online?
I ragazzini più grandi postavano video dei balletti che i più piccoli potevano imitare e fare a casa, proprio per permettere loro di non dimenticare quello che era stato appreso. Un’ottima partecipazione, anche perché i più grandi sono stati fantastici, facendo bellissimi video da casa. Grazie a questo contatto quotidiano siamo riusciti a non perderci di vista.
Quando avete ripreso le lezioni?
Il 18 maggio, appena la Provincia ha dato il via libera. Abbiamo organizzato un camp estivo senza danza ma solo di giochi. Ci siamo attrezzati per stare all’aperto con giochi recuperati e inventati, cinque bambini alla volta. Da fine maggio i corsi sono ricominciati, adattati alle norme anticontagio.
Il ritorno alla normalità quando è arrivato?
La normalità? Subito, anche se per modo di dire: bisognava adattarsi, ma la metà dei ragazzi è tornata a fare lezione. Con la fine di luglio abbiamo chiuso i corsi e il camp estivo con un successo e un aiuto per i genitori, perché tenevamo i ragazzi la mattina, poi pomeriggio e sera per i corsi di danza regolari.
Quali sono i programmi, ora?
Covid permettendo, a fine novembre al teatro Puccini vogliamo fare un saggio dei piccoli e a metà dicembre uno per i grandi: c’è tanto da fare e molto da ballare. J.M.
Quando nasce la sua passione per la danza?
Avevo quattro anni e facevo ginnastica ritmica con Enrico Pierotti allo Sporting Center. A dieci anni sono passata alla scuola di danza Kebat, ora Arabesque. Poi, finita la scuola, sono andata a studiare a Mantova, alla Libera università di danza e teatro, perché volevo diventare una ballerina.
Una formazione prestigiosa.
Sì, studiavo con Chiara Ajkun, già ballerina del grande coreografo russo George Balanchine. Poi Chiara si è dedicata all’insegnamento e adesso ha una compagnia a New York. È stata un’esperienza strepitosa, era la fine degli anni Ottanta, ballare Balanchine era del tutto diverso rispetto alla scuola di allora. Tutto molto veloce, c’era allegria, un altro modo di vedere la danza classica. E Chiara per l’Italia era una novità, con il suo approccio rivoluzionario.
Che cosa si è portata a casa?
Tutto quello che potevo. Trent’anni fa ho aperto la scuola di danza “Nadia”. Nel 2007 abbiamo trasformato tutto in associazione sportiva. Infatti Renata Sembianti dell’Energy Dance mi ha proposto di inserire nella scuola un approccio diverso alla danza, con un taglio più sportivo, e ho seguito il consiglio.
Che cosa è cambiato, oltre al passaggio “tecnico” da scuola ad associazione?
Abbiamo mantenuto la doppia vocazione. Oggi facciamo sia arte sia sport, perché l’una non esclude l’altro. Abbiamo iniziato a partecipare alle gare e a formarci come tecnici sportivi. Paola Ianes, Ulrike Pertoll ed io abbiamo intrapreso quel percorso formativo all’interno della federazione sportiva per poter offrire il meglio alle nostre allieve.
Quanti erano gli allievi, all’inizio?
Il primo anno avevo 35 bambini, oggi viaggiamo su una media di 180/250 ragazzi all’anno e in trent’anni di attività sono diverse migliaia i meranesi che sono passati per questa associazione.
Che cos’è cambiato, rispetto ad allora?
È cambiata la velocità delle lezioni. Un po’ per via dei supporti tecnologici; dalle musicassette che richiedevano tempo per partire ai mezzi di oggi. Inoltre oggi con l’associazione giriamo il mondo, cosa che dà una visione dell’attività molto moderna e internazionale. Prima facevamo lezioni finalizzate al saggio di fine anno, adesso in media una volta al mese siamo in giro per gare e spettacoli, sia in Italia sia all’estero. Questo regala una dimensione più aperta di quello che fai e di come lo fai. Ti metti a confronto con altri, insomma, affini la critica su quello che hai fatto, perché comprendi meglio limiti e potenzialità di quello che insegni e degli allievi stessi.
La sua scuola è diventata un punto di riferimento.
A me piace molto l’idea che lo sia. Noi per i ragazzi ci siamo sempre, sia per insegnare danza sia per aiutarli a crescere. Il servizio di un’associazione deve essere quello, secondo me. Una vicinanza ai ragazzi e alle famiglie fondata su un rapporto di stima reciproca. Si collabora alla crescita dei ragazzi, una gocciolina magari, ma questo impegno è apprezzato anche dai genitori.
Poi il coronavirus, che ha costretto il paese alla chiusura totale.
Il nove marzo, lo ricordo come se fosse ieri. La scuola all’improvviso ha dovuto chiudere, senza che potessimo capire che cosa sarebbe successo. Quando abbiamo capito che sarebbe andata per le lunghe abbiamo creato un gruppo su Facebook, proprio per rimanere in contatto con i nostri allievi e coi loro genitori. Ogni giorno abbiamo postato contenuti di danza: disegnini delle ballerine, cruciverba di danza, figurine dei personaggi del saggio. Il periodo peggiore per noi, perché eravamo pronti al saggio di maggio e invece abbiamo dovuto chiudere l’associazione. Pensavamo che si sarebbe risolto tutto in poche settimane, abbiamo continuato a produrre vestiti nella speranza che qualcosa di positivo sarebbe accaduto, ma non è andata così.
E tutto si è trasferito online?
I ragazzini più grandi postavano video dei balletti che i più piccoli potevano imitare e fare a casa, proprio per permettere loro di non dimenticare quello che era stato appreso. Un’ottima partecipazione, anche perché i più grandi sono stati fantastici, facendo bellissimi video da casa. Grazie a questo contatto quotidiano siamo riusciti a non perderci di vista.
Quando avete ripreso le lezioni?
Il 18 maggio, appena la Provincia ha dato il via libera. Abbiamo organizzato un camp estivo senza danza ma solo di giochi. Ci siamo attrezzati per stare all’aperto con giochi recuperati e inventati, cinque bambini alla volta. Da fine maggio i corsi sono ricominciati, adattati alle norme anticontagio.
Il ritorno alla normalità quando è arrivato?
La normalità? Subito, anche se per modo di dire: bisognava adattarsi, ma la metà dei ragazzi è tornata a fare lezione. Con la fine di luglio abbiamo chiuso i corsi e il camp estivo con un successo e un aiuto per i genitori, perché tenevamo i ragazzi la mattina, poi pomeriggio e sera per i corsi di danza regolari.
Quali sono i programmi, ora?
Covid permettendo, a fine novembre al teatro Puccini vogliamo fare un saggio dei piccoli e a metà dicembre uno per i grandi: c’è tanto da fare e molto da ballare. J.M.


