merano. «A Merano ci verrò in auto. È un diesel, ma fa 20 chilometri con un litro. Ho già anche l’auto elettrica, però sul percorso mancano le colonnine di ricarica e dopo la serata al Pavillon des Fleurs vorrei fare una deviazione... Ecco, se nelle auto a diesel si mettesse il costo del danno, si potrebbe abbassare il prezzo dei mezzi elettrici». A parlare è Luca Mercalli, il professore torinese che da anni si occupa di ricerca e di divulgazione scientifica in uno dei campi più discussi degli ultimi tempi, quello ambientale. Meteorologo, climatologo, presidente della Società meteorologica italiana e direttore della rivista Nimbus, Mercalli sarà al Pavillon des Fleurs domani sera, per l’ultimo incontro della rassegna “Appuntamento a Merano”, organizzata dalla Biblioteca civica insieme al Passirio Club. È noto per la partecipazione a Che tempo che fa e per l’attività di divulgatore su La Repubblica e La Stampa. Domani sera, dalle 20.30, presenterà al pubblico “Non c’è più tempo” (Einaudi, 2018), volume pensato per i più giovani, tanto da diventare ben presto un manifesto per Fridays for Future, il movimento studentesco nato sulla scia della battaglia portata alla ribalta internazionale da Greta Thunberg.

Che cosa intendeva prima con “costo del danno”?

Se guardiamo le etichette della frutta che compriamo al supermercato, ci troviamo tutto il danno ambientale che quel prodotto ha fatto, compreso il viaggio per arrivare in Italia. Bisognerebbe assegnare certificazioni ai prodotti, proprio come fate voi in Alto Adige con CasaClima. Pensiamo anche alla protesta dei pastori sardi, chiediamoci perché i prodotti che provengono dall’estero costino “poco”. Perché in fondo il trasporto un costo ce l’ha. Il trucco per poter applicare prezzi inferiori a quelli dei prodotti locali sta nel non pagare i contributi ai lavoratori, o nell’usare antibiotici o pesticidi che in Italia sono vietati. Questo è il danno ambientale e sociale.

E qual è la risposta della politica? Non sarebbe il caso di ragionare sul sistema capitalistico?

Sì, lo sarebbe. Raramente c’è il coraggio di dire come la causa di tutto sia questo sistema basato sulla crescita infinita, un dogma che ci portiamo dietro da cent’anni. Mantenere un’economia in qualche misura “verde” non cambia l’impostazione di fondo, visto che la popolazione mondiale è in crescita. Già oggi ci sono enormi disparità sociali: pensiamo a quando nel 2050 saremo 10 miliardi. Bisognerebbe avere il coraggio di avere una popolazione stabilizzata. Non intendo l’adozione della politica del primo figlio, ma di fare educazione familiare in Africa e in Asia, per esempio. E poi bisognerebbe cambiare l’impianto economico. Lo dissi già con la grande crisi del 2008, quando si videro i limiti dell’economia di mercato. In dieci anni, però, non si è nemmeno aperto un dibattito.

Dovremmo tornare indietro, volgerci a un’economia autarchica?

Non mi piace il verbo “tornare”, è controproducente. Piuttosto che un ritorno all’autarchia sarebbe auspicabile la tassa sul carbonio, o sulla cementificazione del suolo. Dovremmo mettere a sistema la conoscenza odierna, la scienza, la tecnologia e la filosofia per andare avanti, per permettere che il capitalismo sia traghettato verso qualcosa di diverso, di sostenibile. Una rivoluzione sarebbe traumatica, e ostacolata dai pochi che oggi detengono il capitale e i mezzi della produzione. Meglio guardare avanti e trovare invece un modello che salvaguardi le risorse ambientali mantenendo il welfare attuale ed eliminando tutto ciò che è in più. C’è un forte fattore filosofico, chiaro anche nell’enciclica “Laudato si’” di papa Francesco, nella quale a un’istanza di maturazione etica risponde l’eliminazione del superfluo. Ma siamo abituati a vivere in una società dell’eccesso che propaganda un modello che non dovremmo avere. Una Maserati è un di più, per intenderci, eppure per tanti è un oggetto del desiderio. Serve quindi un modello economico nuovo, e la transizione va fatta dai governi. Che però oggi sono succubi delle forze economiche, mancano di autorevolezza.

A livello locale che cosa possiamo fare? Il ministro Sergio Costa promuove, per esempio, una campagna contro l’uso della plastica.

Lo scorso agosto Nicholas Hulot ha lasciato la propria carica di ministro francese dell’Ecologia perché stanco della politica dei piccoli passi. Rispetto molto Costa, ma non fa i grandi passi. Le politiche locali sono una buona cosa, anche se serve un discorso mondiale. Voi altoatesini applicate politiche avanzate rispetto al resto d’Italia: penso al sostegno all’agricoltura locale, al progetto CasaClima. Eppure c’è la sindrome della crescita, per esempio sul piano del turismo: se voglio visitatori dalla Cina, non posso disinteressarmi del fatto che per arrivare a Verona hanno usato l’aereo. Ci vuole il coraggio di dire che a un certo punto ci si deve fermare.

La scorsa settimana nel Passirio si è disputata la Gara delle papere. Settemila paperelle piccole, ottocento papere grandi. Tutte di plastica. Al di là dell’intento benefico, possiamo trovare una giustificazione alla giornata?

Possiamo parlare di beneficenza, di buone intenzioni, dei sorrisi dei bambini. Ma quelle papere, poi, dove finiranno? Nel cassonetto, se va bene. Magari si potrebbe inventare una paperella di carta, biodegradabile.

Il messaggio per le nuove generazioni sarebbe senz’altro migliore. C’è una formula vincente per la comunicazione sui temi ambientali?

No, se pensiamo che in quarant’anni ancora non è stato trovato un modo per comunicare efficacemente. Certo, in alcuni paesi c’è una sensibilità sociale, Greta Thunberg è svedese. Insegno nelle scuole da 25 anni e troppo spesso ci ho trovato pigrizia. Tra le eccezioni, il liceo classico Franziskaner, a Bolzano: dopo una mia lezione, ho avuto coi ragazzi un interessante scambio di e-mail. Potevano essere protagonisti, ancor prima di Greta. Ma dopo un po’ questa scintilla di senso di responsabilità si è spenta.