Il viaggio

Sinigo cerca il riscatto: la “periferia” di Merano spiegata da chi la vive 

La città e i suoi abitanti. Amicizia, paesaggio, politici e sicurezza: il racconto “da dentro”. Le voci in coro: "Tanti parlano di come ci si viva, ma noi vorremmo solo essere presi sul serio"

di Sara Martinello

MERANO. «Oooh! Che fotografi!». Voi che giocate con dietro le case, tranquilli, sono una giornalista. Sono qui per raccontare Sinigo, c’è chi dice che non è sicura… «È vero, c’è da stare attenti». Veramente? «Ma va, scherzo. Quanti anni mi dai?». Non so, quindici, sedici? «Eh! No, ne ho tredici». È che hai il ciuffo colorato, sembravi più grande. «Grazie. E a lui quanti ne dai?».

E' pomeriggio. Il campetto dietro le case Ipes di via Damiano Chiesa è pieno di ragazzi e bambini di ogni età. Giocano a pallone. Più in là, nel parchetto coi giochi, altri bambini passano il pomeriggio soleggiato a dondolarsi sull’altalena o ad arrampicarsi in cima allo scivolo. Da come i ragazzini più grandi si rivolgono a un’adulta col telefono in mano nasce un sospetto: che già altre volte siano stati al centro delle attenzioni di altri adulti, forse infastiditi da pallonate o grida sgradite. Ma almeno giocano, stanno insieme, “fanno comunità” senza curarsi della lingua parlata in casa o della differenza d’età e probabilmente senza sapere che in certi racconti l’amicizia è “fare comunità”. I più grandi prendono sotto la loro ala i più piccoli. Il pensiero fa un balzo di cinque o sei anni. Come saranno nella piena adolescenza o a vent’anni? Come vivranno la frazione? Che cosa sentiranno tutte le mattine, sull’autobus strapieno verso le scuole del centro frequentate dai coetanei dei quartieri “bene”? La mente va a Kash, il giovane artista di Sinigo sul quale si è abbattuta la scure dell’accanimento mediatico. Prima ancora, quella della pandemia, e lui giù a cercare un lavoro che ha perso e che non trova più. Scatta l’allarme paternalismo: sciò, sciò. Gattis con “Giorni di fuoco”, “Stalker” di Tarkovskij, “I guerrieri della notte” saranno i lari di questa landa del dialogo con “la” periferia.

Cresciuta a Maia Alta, da quarant’anni abitante di Sinigo, Magdalena Lanza della musica di Kash e dei suoi amici parla nell’esordio di una lettera inviata all’Alto Adige. Con uno scopo preciso: “Mi piacerebbe molto – scrive – che venisse chiesto alla popolazione di Sinigo che cosa ne pensano gli abitanti, della vita a Sinigo. Perché mi rendo conto che tanti ne parlano e discutono di come ci si viva, ma mi mancano opinioni e proposte degli stessi abitanti, indipendentemente dal partito al quale appartengono, dall’età o dalla lingua. Vogliamo solo essere presi seriamente come popolazione”. Sì, Lanza è stata candidata coi Verdi alle ultime comunali. «Ma non fa per me – dice durante un’intervista in redazione –, a me interessa stare in mezzo alla gente senza essere identificata in un partito o nell’altro. Lavoro nel sociale e mi sta a cuore riuscire a creare reti solidali tra le persone». Perché delle periferie tutto si dice e niente si sa. La politica scende in quelle più prossime per geografia e più prossime all’immaginario di “periferia”, aiutata dai fatti più vistosi, lo sguardo vagamente neocolonialista (“Ecco! Un garage scrostato”, “Toh! Ragazzi che ciondolano sul muretto”). Si torna alla “città” col bottino di cose viste e sensazioni da versare in un racconto evangelizzante per la pubblica catarsi.

Lanza si è rivolta direttamente agli abitanti della frazione. Ha chiesto loro da quanti anni ci vivano, che cosa di Sinigo piaccia loro e che cosa invece proprio no. Fa ascoltare le registrazioni. Una donna dice di trovarsi bene, di apprezzare la possibilità di fare camminate, ma alla domanda «Che cosa cambieresti?» risponde con un «Non posso dirlo... Che la gente sia di lingua italiana o tedesca o provenga da paesi extra Ue non m’importa, però c’è gente che si sa che non è...». Un uomo arrivato dal Senegal quasi vent’anni fa invece guarda ai giovanissimi: «Mi dispiace per il loro futuro, perché non capiscono niente. Non fanno cose belle e alla fine siamo noi i primi a pagare». I soli a ritenere Sinigo un posto privo di difetti sono tre ragazzi di etnia rom. «C’è tranquillità, c’è tanta comunità... La gente comunica. Non cambieremmo niente, Sinigo è bella così com’è. Abbiamo anche il parco». Un’altra residente, invece, al netto del buon collegamento Sasa con la città e dei campi dove camminare, segnala che «da circa quattro anni c’è immondizia ovunque, cani liberi, una sensazione di scarsa sicurezza nei garage. La ciclabile promiscua è pericolosa, perché alcuni la vedono come una pista da corsa. E poi mancano luoghi d’incontro, un altro locale, magari un parco vero e proprio». Su immondizia, vandalismi e rumori notturni «nessuno in Comune fa niente – dice un altro intervistato – e ci sembra di essere lasciati a noi stessi». Un’altra abitante della frazione concorda sulla piacevolezza del paesaggio. «Ma bisogna aver paura, perché tanta gente non ha rispetto della proprietà altrui. Non mi sento sicura nemmeno nel mio appartamento».

E Lanza, cosa pensa? «Amo Sinigo, la vista sulle montagne da casa mia, le passeggiate. Un posto dove ci si incontra – l’unico – c’è, la farmacia. Un gioiello. Il personale è di una gentilezza squisita, sempre affabile. Però mi piacerebbe che ogni tanto si potessero organizzare incontri di dibattito come quelli sulla piazza, cercando di mettere da parte la conflittualità. E poi, i giovani: gli streetworker girano tanto e lavorano molto bene, ma servirebbero più progetti da dare ai giovani. Trasferirmi a Merano? No, non lo farei».