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Merano. Sono stati uno dei gruppi musicali meranesi di maggior successo a livello nazionale. Nati per caso, ma con un amore incondizionato per la musica reggae e per Bob Marley, i “We and Them” hanno attraversato gli anni Novanta con il loro sound giamaicano che ha fatto ballare tutta la città fino al 2010.
Proprio durante il periodo di lockdown sono stati molti i meranesi, tutt'ora fan dei disciolti We and Them, ad aver postato sui social i concerti del mitico gruppo meranese, molto spesso chiedendo loro di ritornare sul palco. E allora, siamo andati a fare quattro chiacchiere con Alfio Casaro, batterista ma anche per quasi diciotto anni anima del gruppo reggae meranese.
Riavvolgiamo il nastro. «Era l'estate del 1992 - racconta il percussionista -, una sala prove di Bolzano, assieme a mio fratello Roberto e Max Mangifesta, stavamo provando per i cavoli nostri, quando in sala sono entrati due ragazzi del Costarica, ci hanno sentiti e sono rimasti impressionati. Uno, Memo Williams, ha preso il microfono e assieme abbiamo eseguito “Stir it up” di Bob Marley. In quel momento sono nati i “We and Them”.
Un nome che significa?
Allora, partiamo col dire che abbiamo iniziato a frequentare i due ragazzi costaricani. Loro proponevano, noi suonavamo e ad un certo punto Memo ha tirato fuori il nome “We and Them”, che in breve significa due culture che si uniscono, dal titolo di una canzone di Bob Marley.
La vostra prima formazione?
E composta dalle persone appena menzionate e Chiko Eccli, anche lui di Merano. In cinque o sei mesi abbiamo creato un repertorio, all'inizio solo cover di Marley e classici del reggae.
Poi, la consacrazione con l'arrivo di Davide Anderle e la sua voce graffiante, giusto?
Sì, ad un certo punto i due costaricani sono rimpatriati e siamo andati alla ricerca di un nuovo cantante. Abbiamo trovato Davide Anderle con alla chitarra anche Gianluca Zanaga. E abbiamo preso una decisione importante, quella di comporre i nostri pezzi, eravamo alla metà degli anni Novanta.
Primo brano, grande successo a livello nazionale.
Si intitolava “Jah Jah Children”, parlava delle ingiustizie in ogni angolo del mondo, della povertà, delle discriminazioni e dello sfruttamento. Temi sociali, che poi sono quelli affrontati da sempre nel genere reggae.
Brano che da anche il nome al vostro primo cd.
Infatti, devo dire che nel 1996 è arrivato Nartan Savona alle tastiere con il suo carico di esperienza tecnica. Abbiamo iniziato a comporre pezzi per un cd con la collaborazione di altri musicisti, ad esempio Richard Moya alle percussioni e le nostre due coriste, Federica Molè e Francesca Ercolani. Nel 1998, quindi, incidiamo il primo cd “Jah Jah Children” il quale, appunto, prende il nome dal brano più noto. Un cd prodotto da Mike Frajria e mixato da Silvio Frajria.
Con una presentazione a Merano, la vostra città.
Sì, in piazza del Grano, esperienza indimenticabile per un cd che ha venduto molto a Merano e soprattutto nel resto d'Italia, sull'onda del fatto che il reggae era molto seguito allora. C'erano gli Africa Unite, i Radio Rebelde, i Sud Sound System e i mitici 99 Posse.
Primo concerto importante “fuori casa”?
Nel 1996 al Rototom Sunsplash festival, all'epoca uno dei più importanti eventi reggae con artisti giamaicani di fronte a un pubblico di migliaia di persone. Abbiamo partecipato ad altre tre edizioni di questo festival che negli anni sarebbe diventato sempre più popolare, fino a doversi trasferire sulle spiagge di Lignano.
In circa diciassette anni di attività, quanti concerti avete fatto?
Credo più di un centinaio in tutt'Italia, perché venivamo richiesti, tanto che a un certo punto ci siamo chiesti se quella avrebbe potuto diventare una vera e propria professione.
Cosa vi ha impedito di provarci?
Sarebbe stato un salto nel buio molto rischioso per tutti, visto che vivere di musica per un gruppo formato da 7/8 elementi non sarebbe stata cosa facile. Inoltre, avevamo il nostro lavoro, abbiamo pensato che fare e alla fine, con dispiacere, la decisione è stata quella di rimanere a livello di hobby, anche se di buon livello.
Il periodo migliore?
Dal 1996 al 1999, quando ci siam presi le nostre soddisfazioni, come nel 1998, quando l'organizzatore del Sunsplash giamaicano, Mr. Rae Barret, ci ha scelti tra i cinque gruppi reggae migliori italiani. Anche quell'anno abbiamo suonato al festival che in quattro giorni ospitò oltre 20 mila persone.
Quanti cd avete inciso?
In tutto quattro, l'ultimo nel 2010, ma vorrei ricordare il secondo, uscito nel 1999 col titolo “Vibrazioni”. Sir Oliver Skardy, il cantante dei Pitura Freska, fece con noi un pezzo scritto a quatto mani.
Come lo avete intercettato?
Lo abbiamo chiamato per chiedergli se era disposto a cantare un nostro pezzo, gli abbiamo mandato il testo, lui lo ha cambiato un poco ed è nato “I benpensanti”, un altro successo a livello nazionale. Tanto che lo abbiamo presentato al Rototom di Lignano del 1999 in un festival che in tutto faceva 150.000 persone.
Altri momenti da ricordare?
Abbiamo aperto il concerto degli Africa Unite a Rovereto nel 2010, dove abbiamo presentato “Growin' Up”, il nostro ultimo cd con alla voce Davide Anderle e Valerio Benedetto.
Quali altri artisti sono saliti sul palco con voi?
Allora, mi faccia pensare: Joe Chiericati, Max Boi, Gabi Freitag che ha cantato anche un nostro pezzo, Brother D dei Radio Rebelde e Puppa Giallo anche lui di Venezia e molto conosciuto in Italia, Michi Agreiter, Simon Rainer, Igor Pallaver, Mario Gasperi, Gianluca Sardu, Camilla Guerrini, Alex Faccio, Katia Zappia, Nicola “Niko Fyah” Gasperi, Gaia Mattiuzzi, Fabio “Scatola”, Davide Ferrazzi, Gigi Grata, Carlos Alvarado. E molti altri, penso più di una trentina che dal 1996 fino al 2010 si sono alternati sul palco con noi.
Ricordi di quel periodo?
Stupendi, come i concerti al Pidocchietto, ma anche una situazione estremamente complicata, perché richiede molta energia suonare ogni tot giorni e la mattina dopo un concerto svegliarsi e andare al lavoro, oltre alle prove e tutti gli altri aspetti. Soprattutto se lavori ma allo stesso tempo fai musica con un gruppo di 7/8 persone e ti arrivavano richieste da molte parti d'Italia, spesso anche infrasettimanali.
E allora, rimpianti?
Di non essere arrivati a quella meta del professionismo che abbiamo visto lì, a un passo da noi, ma allo stesso tempo la soddisfazione per avere conosciuto davvero molti musicisti di altissimo livello ed essere stati apprezzati. In particolare, ricordo, una sera al Lido degli Scacchi, vicino a Ferrara.
Prego...
Suonavamo con un impianto quasi inesistente, ma c'era parecchia partecipazione, ad un certo punto sul palco ci è arrivato un palloncino con sopra scritta una frase di una nostra canzone. Quella sera abbiamo capito, sentendo la gente che cantava a memoria le nostre canzoni, che ci conoscevano anche fuori dalla nostra regione. Vedere le persone cantare i pezzi che tu scrivi, ecco, questo sì che manca.
Un’esperienza riassaporata nel 2018 alla reunion di Emergency?
Già, circa venticinque anni dopo quell'inizio, otto dopo avere detto basta, ancora lì, di fronte al nostro pubblico mandare a memoria “Jah Jah Children”. Questo sono stati i “We and Them”!
Proprio durante il periodo di lockdown sono stati molti i meranesi, tutt'ora fan dei disciolti We and Them, ad aver postato sui social i concerti del mitico gruppo meranese, molto spesso chiedendo loro di ritornare sul palco. E allora, siamo andati a fare quattro chiacchiere con Alfio Casaro, batterista ma anche per quasi diciotto anni anima del gruppo reggae meranese.
Riavvolgiamo il nastro. «Era l'estate del 1992 - racconta il percussionista -, una sala prove di Bolzano, assieme a mio fratello Roberto e Max Mangifesta, stavamo provando per i cavoli nostri, quando in sala sono entrati due ragazzi del Costarica, ci hanno sentiti e sono rimasti impressionati. Uno, Memo Williams, ha preso il microfono e assieme abbiamo eseguito “Stir it up” di Bob Marley. In quel momento sono nati i “We and Them”.
Un nome che significa?
Allora, partiamo col dire che abbiamo iniziato a frequentare i due ragazzi costaricani. Loro proponevano, noi suonavamo e ad un certo punto Memo ha tirato fuori il nome “We and Them”, che in breve significa due culture che si uniscono, dal titolo di una canzone di Bob Marley.
La vostra prima formazione?
E composta dalle persone appena menzionate e Chiko Eccli, anche lui di Merano. In cinque o sei mesi abbiamo creato un repertorio, all'inizio solo cover di Marley e classici del reggae.
Poi, la consacrazione con l'arrivo di Davide Anderle e la sua voce graffiante, giusto?
Sì, ad un certo punto i due costaricani sono rimpatriati e siamo andati alla ricerca di un nuovo cantante. Abbiamo trovato Davide Anderle con alla chitarra anche Gianluca Zanaga. E abbiamo preso una decisione importante, quella di comporre i nostri pezzi, eravamo alla metà degli anni Novanta.
Primo brano, grande successo a livello nazionale.
Si intitolava “Jah Jah Children”, parlava delle ingiustizie in ogni angolo del mondo, della povertà, delle discriminazioni e dello sfruttamento. Temi sociali, che poi sono quelli affrontati da sempre nel genere reggae.
Brano che da anche il nome al vostro primo cd.
Infatti, devo dire che nel 1996 è arrivato Nartan Savona alle tastiere con il suo carico di esperienza tecnica. Abbiamo iniziato a comporre pezzi per un cd con la collaborazione di altri musicisti, ad esempio Richard Moya alle percussioni e le nostre due coriste, Federica Molè e Francesca Ercolani. Nel 1998, quindi, incidiamo il primo cd “Jah Jah Children” il quale, appunto, prende il nome dal brano più noto. Un cd prodotto da Mike Frajria e mixato da Silvio Frajria.
Con una presentazione a Merano, la vostra città.
Sì, in piazza del Grano, esperienza indimenticabile per un cd che ha venduto molto a Merano e soprattutto nel resto d'Italia, sull'onda del fatto che il reggae era molto seguito allora. C'erano gli Africa Unite, i Radio Rebelde, i Sud Sound System e i mitici 99 Posse.
Primo concerto importante “fuori casa”?
Nel 1996 al Rototom Sunsplash festival, all'epoca uno dei più importanti eventi reggae con artisti giamaicani di fronte a un pubblico di migliaia di persone. Abbiamo partecipato ad altre tre edizioni di questo festival che negli anni sarebbe diventato sempre più popolare, fino a doversi trasferire sulle spiagge di Lignano.
In circa diciassette anni di attività, quanti concerti avete fatto?
Credo più di un centinaio in tutt'Italia, perché venivamo richiesti, tanto che a un certo punto ci siamo chiesti se quella avrebbe potuto diventare una vera e propria professione.
Cosa vi ha impedito di provarci?
Sarebbe stato un salto nel buio molto rischioso per tutti, visto che vivere di musica per un gruppo formato da 7/8 elementi non sarebbe stata cosa facile. Inoltre, avevamo il nostro lavoro, abbiamo pensato che fare e alla fine, con dispiacere, la decisione è stata quella di rimanere a livello di hobby, anche se di buon livello.
Il periodo migliore?
Dal 1996 al 1999, quando ci siam presi le nostre soddisfazioni, come nel 1998, quando l'organizzatore del Sunsplash giamaicano, Mr. Rae Barret, ci ha scelti tra i cinque gruppi reggae migliori italiani. Anche quell'anno abbiamo suonato al festival che in quattro giorni ospitò oltre 20 mila persone.
Quanti cd avete inciso?
In tutto quattro, l'ultimo nel 2010, ma vorrei ricordare il secondo, uscito nel 1999 col titolo “Vibrazioni”. Sir Oliver Skardy, il cantante dei Pitura Freska, fece con noi un pezzo scritto a quatto mani.
Come lo avete intercettato?
Lo abbiamo chiamato per chiedergli se era disposto a cantare un nostro pezzo, gli abbiamo mandato il testo, lui lo ha cambiato un poco ed è nato “I benpensanti”, un altro successo a livello nazionale. Tanto che lo abbiamo presentato al Rototom di Lignano del 1999 in un festival che in tutto faceva 150.000 persone.
Altri momenti da ricordare?
Abbiamo aperto il concerto degli Africa Unite a Rovereto nel 2010, dove abbiamo presentato “Growin' Up”, il nostro ultimo cd con alla voce Davide Anderle e Valerio Benedetto.
Quali altri artisti sono saliti sul palco con voi?
Allora, mi faccia pensare: Joe Chiericati, Max Boi, Gabi Freitag che ha cantato anche un nostro pezzo, Brother D dei Radio Rebelde e Puppa Giallo anche lui di Venezia e molto conosciuto in Italia, Michi Agreiter, Simon Rainer, Igor Pallaver, Mario Gasperi, Gianluca Sardu, Camilla Guerrini, Alex Faccio, Katia Zappia, Nicola “Niko Fyah” Gasperi, Gaia Mattiuzzi, Fabio “Scatola”, Davide Ferrazzi, Gigi Grata, Carlos Alvarado. E molti altri, penso più di una trentina che dal 1996 fino al 2010 si sono alternati sul palco con noi.
Ricordi di quel periodo?
Stupendi, come i concerti al Pidocchietto, ma anche una situazione estremamente complicata, perché richiede molta energia suonare ogni tot giorni e la mattina dopo un concerto svegliarsi e andare al lavoro, oltre alle prove e tutti gli altri aspetti. Soprattutto se lavori ma allo stesso tempo fai musica con un gruppo di 7/8 persone e ti arrivavano richieste da molte parti d'Italia, spesso anche infrasettimanali.
E allora, rimpianti?
Di non essere arrivati a quella meta del professionismo che abbiamo visto lì, a un passo da noi, ma allo stesso tempo la soddisfazione per avere conosciuto davvero molti musicisti di altissimo livello ed essere stati apprezzati. In particolare, ricordo, una sera al Lido degli Scacchi, vicino a Ferrara.
Prego...
Suonavamo con un impianto quasi inesistente, ma c'era parecchia partecipazione, ad un certo punto sul palco ci è arrivato un palloncino con sopra scritta una frase di una nostra canzone. Quella sera abbiamo capito, sentendo la gente che cantava a memoria le nostre canzoni, che ci conoscevano anche fuori dalla nostra regione. Vedere le persone cantare i pezzi che tu scrivi, ecco, questo sì che manca.
Un’esperienza riassaporata nel 2018 alla reunion di Emergency?
Già, circa venticinque anni dopo quell'inizio, otto dopo avere detto basta, ancora lì, di fronte al nostro pubblico mandare a memoria “Jah Jah Children”. Questo sono stati i “We and Them”!


