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BOLZANO. La violenza di genere si annida ovunque. Nelle parole, nei pensieri e nei gesti di ognuno di noi. Anche quelli più banali e scontati, quelli che cultura e abitudine ci hanno fatto credere essere innocui. Per Elena Biaggioni, avvocata penalista trentina e vicepresidente di D.i.Re - Donne in Rete contro la Violenza, basterebbe un po' di attenzione per riconoscerla, quella violenza, e per scardinarla.
Cosa intende, avvocata?
Siamo tutti e tutte portatori sani di stereotipi e pregiudizi che ci impediscono di vedere la violenza presente in una società, la nostra, in cui i rapporti maschili e femminili non sono paritari e in cui la violenza è legittimata.
Può spiegare meglio?
Mi riferisco a frasi del tipo "ma lui ti ama", "è il padre dei tuoi figli" o, peggio ancora, "tu cosa hai fatto?" o "sei sicura?" pronunciate nei confronti di una donna che magari chiede aiuto perché vessata da un marito o compagno geloso e violento. Ma penso anche allo stalking: quante volte abbiamo sentito di dire a una donna "blocca il suo numero" oppure "cambia bar"? Inconsciamente si giustifica il comportamento di quello che io definisco "autore di violenza", evitando aggettivi che lo descrivano come un mostro. Non è così: gli uomini violenti sono persone assolutamente normali. Sono ovunque, senza distinzione di ceto sociale e cultura.
Quali consigli dà lei alle donne vittime di violenza?
Dipende dalla singola situazione, ovviamente. Se la situazione è di pericolo attuale, magari per strada, di notte, è chiaro che si debba prendere il telefono, chiamare il 112 e chiedere l'intervento delle forze dell'ordine. Ma nella stragrande maggioranza delle volte non è così: quasi sempre a compiere la violenza, sia fisica che psicologica, è il partner o l'ex partner. In quel caso, è bene rivolgersi a un Centro Antiviolenza, dove ci sono operatrici formate, preparate e in ascolto che parlano con la donna, analizzano la situazione e valutano le opzioni di uscita. Un invito che vale anche per chi è oggetto di stalking e vive, quindi, una situazione in continua evoluzione, che si somma.
L'importante è che la donna non rimanga da sola, insomma.
Proprio così. È fondamentale parlare con qualcuno "non giudicante", qualcuno in grado di valutare con attenzione ogni singolo caso, che analizzi le risorse e valuti quali attivare. Basti pensare che delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza, solo il 27% poi denuncia.
Qual è il ruolo di un'avvocata impegnata su questo fronte?
Aiutiamo a svelare la violenza, a rendere visibile ciò che spesso si tende a banalizzare. Cosa che purtroppo accade anche nelle aule dei tribunali. E poi evitiamo che questi meccanismi possano innescare una vittimizzazione secondaria e cioè che la donna diventi per una seconda volta vittima, anche delle istituzioni. P.T.


